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Tua, per un solo istante

«È quasi la tua».
Riaprii gli occhi destata dalla sua voce e subito un brivido mi scosse.
Tesa come una corda di violino stetti in attesa. Nessun’altra parola uscii da quelle maledette labbra, dannate, perfette labbra. Che avevo immaginato troppe volte tra le cosce, in quest’ultima settimana.
Mi sentii travolgere all’improvviso dalla vergogna, non seppi che fare, sospirando in un gesto involontario guardai verso il finestrino. Le luci quasi accecanti all’interno del mezzo, in contrapposizione al buio che ormai era sceso su Torino, permettevano alla mia immagine di venir riflessa.
Mi scrutai per un breve istante, giusto il tempo per scorgere i miei occhi lucidi e maledire il mio impudico comportamento.
Non ebbi il coraggio di cercare il suo riflesso, ero certa che l’avrei trovato, o forse lo desideravo. Vaneggiavo tra pensieri impuri e perversi. Li stessi che mi avevano portato a sedere nel sedile davanti al suo.
Speravo, con cauto timore di trovare quegli occhi, come speravo, che il mio respiro gli si fosse piantato fin dentro al cervello.
Vergogna e eccitazione per il gesto appena compiuto mi portarono a sorridere, più una reazione isterica che altro.
Il mezzo era quasi deserto, questo mi rincuoró. Finché non pensai, che lui era alle mie spalle, a pochi centimetri da me. Dal mio corpo. Dalla mia bocca.
Sprofondai nel sedile, per farmi più piccola, per poter sparire. Ma i grandi palazzi ottocenteschi mi diedero conferma che la mia fermata era prossima.
Sapevo che avrei dovuto scendere. Come sapevo che sarei dovuta restare per interminabili secondi in piedi, davanti a lui. Come un condannato a morte. Come un delinquente che aspetta una sentenza.
Mi sentii come un animale in trappola.
Presi un profondo respiro balzando in piedi, senza indugiare troppo.
Quei gesti calcolati che vuoi far passare come normale routine: “fermata, ci si alza, si scende, tutto chiaro, facile”.
Mi ripetevo come fosse una sorta di mantra.
Mentre il pullman si apprestava a fermarsi, mi sentii quasi sciogliere.
Immaginando quali pensieri stesse facendo su di me quell’uomo. Avvampai più volte. Finché il mezzo si arrestò, le porte si aprirono e senza pensare a nulla, se non a fuggire, mi fiondai fuori.
Tirando un lungo respiro di sollievo, aumentai il passo fino a essere almeno fuori dalla sua visuale. Per poi bloccarmi in mezzo alla via, aspirando a fondo l’aria fresca per farla entrare in circolo, il più velocemente possibile, con urgenza.
Appoggiata al muro, ad occhi chiusi, cercai di riacquistare un po’ di lucidità.
Mi sentii sporca e maledettamente eccitata.
Ed è in quell’attimo che il mio cuore quasi si arrestò.
«Lo fai spesso?»
Quelle parole mi entrarono dentro come una lama.
Mi pietrificai all’istante, incapace pure di respirare.
«Avanti, rispondi, – chiese quasi divertito, senza darmi l’opportunità di replicare – è un vizio o è stato uno spettacolo esclusivo, diciamo riservato, solo a me?»
Morii davanti ai suoi occhi, morii di vergogna, non riuscendo a dire nulla, annaspai alla ricerca di aria.
I miei occhi fissi sul lastricato, il cervello quasi mi esplose.
Non poteva essere vero, quando è sceso, che ci fa qui, sta parlando con me, ma è davvero lui, non può essere.
Fermarono i miei pensieri le sue dita, che decise, mi indussero a guardarlo in faccia.
 Due dita sotto al mento e il suo sguardo nel mio. Il cuore iniziò a picchiare nel petto, all’impazzata.
Era lui, lui che mi sovrastava quanto basta per farmi sprofondare.
Lui e il suo maledetto profumo.
Lui e il suo respiro.
Lui e la sua voce.
Lui e il suo corpo.
«Eih, puoi parlare, sai?»
Incalzó con un tono di voce dolce, lo stesso che si adotta per parlare ai bambini.
«Io, non so che dire, non capisco a che ti riferisci»
Piagnucolai, mentendo spudoratamente.
«Davvero? Non sai a che mi riferisco?»
Continuò inclinando il viso di lato e guardandomi, ancora più intensamente, negli occhi.
Riuscii solo a rispondere un “no” alla sua domanda.
Mi sentivo le guance prender fuoco, mentre sul suo viso stupendo si apriva un beffardo sorriso.
«Quindi, fammi capire bambina, mi stai dicendo che ciò che ho visto riflesso dal finestrino – fece una lunga pausa per godersi il mio sgomento, poi continuò in quella ammissione – sai ti ero talmente vicino, che ho dovuto trattenere il respiro per impedirti di sentirmi, pensi che io sia un pervertito?»
Mi chiese scandendo parola per parola, con una lentezza talmente studiata da indurmi a zittire quelle labbra insolenti, più volte. Complici anche le sue dita, che mi impedivano, oltre che di deglutire, pure di distogliere lo sguardo da quegli occhi dolci e al contempo maliziosi.
«No io non dico questo – riuscii a farfugliare senza troppa convinzione – non lo so, lasciami ti prego»
«Lasciami ti prego – ripeté le mie parole abbassando il tono della voce fino a sussurrare – vediamo se sono io quello che mente o se sei tu la bugiarda, facciamo questo gioco, ci sto»
Senza distogliere gli occhi dal mio viso mi si avvicinò ancor di più.
Mi imposi di abbassare lo sguardo da quelle maledette calamite, il suo alito batteva prepotente sulle mie labbra.
Mi sentii liquefare da dentro, potevo mentire a lui, ma non a me stessa. Quell’uomo mi aveva intrigato dal primo istante in cui lo vidi.
«Ci guardano tutti, devi smetterla»
Riuscii a gracchiare tutto d’un fiato.
«Qual è il problema, sto parlando con la mia splendida ragazza, a qualcuno dovrebbe forse dar fastidio?»
Mi zittii così, lasciandomi a bocca aperta come un idiota.
«Ben appunto, ora ho la tua attenzione, dicevamo»
Continuò lui, seducente da spezzarmi il respiro in gola.
«Ah, si stavi tentando di dirmi, in modo goffo, aggiungo, che non eri tu quella seduta davanti a me»
«Si, cioè no, ero io ma…»
«Ma cosa, – m’interruppe lui – continua o continuo io?»
«Io…»
Tentennai sull’orlo di una crisi isterica.
«Già tu, tu pensi davvero che non ti abbia notata? Pensi davvero che mi siano sfuggite le tue occhiate continue e insistenti? Il tuo cercare un posto più vicino possibile al mio? Mi stupisco che non mi sei finita in braccio».
Fece una pausa, approfittando di quel breve silenzio per far scorrere l’indice fino a sfiorarmi il contorno del labbro inferiore.
Mi scostai appena, più per imbarazzo che altro.
La voglia di baciargli quel fottuto dito mi investì, lasciandomi confusa.
«Sei sorpresa? – mi chiese teneramente – ti ho vista alla fermata una settimana fa, dimmi mi avevi mai visto prima?».
Mimai una risposta negativa con il capo.
La sua voce mi stava ubriacando.
Mi lasciai trasportare da quel tono caldo e avvolgente.
«Appunto, ho cambiato corsa solo per vedere da vicino i tuoi splendidi occhi»
Sorrisi a quelle parole, strappando un ghigno anche a lui.
«Non mi prendere in giro» Ansimai.
«Oh no, se avessi voluto prenderti in giro avrei bloccato la tua performance di poco fa» Continuò serio.
«E, invece, mi sono limitato a osservare le tue labbra socchiudersi e cercare di immaginare in quale punto su questo corpo fossero le tue dita».
Sussurró appena, squadrandomi da capo a piedi con una lentezza esasperante.
Ansimai davanti ai suoi occhi, incapace di trattenere il pudore.
Strinsi le cosce nella disperata ricerca di fermare quel calore liquido che si stava facendo largo dentro di me.
Quell’uomo mi piaceva e ora era davanti a me, stavo implodendo su me stessa, davanti ai suoi occhi.
«Non ti chiederò perché l’hai fatto – interruppe i miei pensieri – piuttosto dimmi hai aperto quel link?».
In attesa della mia risposta disegnò con le dita il contorno del mio collo arrivando fino all’incavo sulla mia gola.
Mi limitai a rispondere un flebile “si”.
Sorrise quasi compiaciuto prima di riprendere a parlare.
«Sapevo che avresti raccolto quel foglietto, come sapevo che avresti aperto il mio blog, come sapevo che avresti letto, l’hai fatto vero?»
«Si» mi apprestai a rispondere.
Mentre tornava alla mente ogni parola scritta da quella creatura demoniaca.
«E dimmi, quante notti insonni hai passato davanti al pc, magari, con queste manine insolenti tra le cosce?»
Avvampai violentemente a quella affermazione, mi sentii sempre più vulnerabile, fragile.
«Io, sai ti ho immaginata sdraiata sul tuo letto – sussurró avvicinando le sue labbra al mio orecchio – ti ho immaginata a dare sollievo al tuo corpo, esausto, ti ho immaginata in ginocchio, gemente, fremente, piena».
Si interruppe un istante.
Il suo silenzio venne riempito dal mio respiro rotto, intanto le sue dita avevano percorso, al di sotto della mantella di lana, il mio corpo fino al petto.
Un contatto attraverso i vestiti eppure l’impressione era quella di avere le unghie di quell’uomo a graffiare fin a solcarmi la pelle.
«Sei uno spettacolo, erano giorni che desideravo tutto questo»
Confessó, con la voce spezzata, facendosi più audace.
Con le labbra mi sfioró appena il collo, io mi sentii sempre più sull’orlo di un precipizio.
La voglia di lui mi avrebbe portato a farmi prendere, anche lì, in mezzo alla via, tra il traffico, tra i passanti.
«Dimmi che non sono pazzo, dimmi che anche tu lo vuoi».
Mi geló accarezzandomi con la punta della lingua il collo.
Dovetti impormi di non toccarlo, di non tirarlo a me, di non baciarlo e pregarlo di scoparmi, in quel momento.
Sentivo le gambe cedere sotto al peso della mia arresa.
«Dal primo istante».
Risposi con un filo di voce spezzato dal morso che, lieve, lasció alla base del mio collo.
«Da quella telefonata?»
Mi chiese senza staccare le labbra dal mio corpo.
Io restai muta, mentre riaffiorava alla mente quella dannata telefonata.
Mi vergognai delle emozioni provate durante quegli istanti.
«Se ti dicessi che è stata una messinscena, se ti dicessi che dall’altro capo non c’era nessuna donna, nessuno, mi prenderesti per un folle?»
«No, non credo»
Ansimai cercando un contatto con il suo viso
«L’ho fatto apposta, per vedere l’espressione mutare sul tuo viso, volevo vedere come avresti reagito mentre confessavo la voglia di aver la mia troia in ginocchio tra le gambe a sopperire alle mie perversioni, a farsi riempire fino in gola da me, di me».
Non resistetti, a quelle parole gemetti come un animale ferito.
La sua mano aperta sul mio ventre mi impediva quasi di respirare, lo pregai di lasciarmi o di prendermi
Lo pregai, quasi implorai con gli occhi.
«Si, volevo mandarti a casa con quell’immagine in testa, ho voluto portarti a immaginarmi nella bocca di un’altra, non nella tua – ansimó sfiorando con le sue labbra le mie – questa bocca – sospiró violento e brutale – questa fottuta bocca»
Ruggí sottovoce, investendomi con il suo sapore, portandomi al di là del suo inferno. Lo baciai senza pudore, né freno
Un bacio bagnato, affamato, desiderato.
«Dimmi che l’hai fatto? – gemette staccandosi dalle mie labbra – dimmi che mi hai portato tra le tue cosce – continuó prima di riprendere a sbranare con foga le mie labbra – dimmi che in preda agli spasmi dell’ orgasmo hai pensato a me – biascicó mordendomi come un animale la lingua – dimmi che ti sei ….»
«Si – mugugnai senza staccare le labbra dalle sue – l’ho fatto ogni sera, ogni notte, immaginando di essere tua»
Confessai senza più respiro in gola.
I nostri corpi avvinghiati, lì per strada, in mezzo alla via, tra il traffico, tra i passanti, solo noi…

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