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This (other) man

Che meraviglia essere liberi.
Dover solo allargare le braccia per volare. Sorvolare montagne, oceani, isole remote, paesaggi incontaminati. Sollevare montagne con un dito, correre più veloce del vento, toccare il sole senza scottarsi, attraversare lo spazio sconfinato per visitare galassie lontane.
E, soprattutto, non dover rendere conto delle proprie azioni. Nessuna responsabilità, nessun senso di colpa. Nessun obbligo e nessuna routine alle quali sottostare.
Un sogno. Nel vero senso della parola.
Questo mi aveva spinto a iniziare il mio percorso, ormai diversi mesi fa.
Era un periodo buio della mia vita. Non per accadimenti negativi particolari, ma per uno stato d’animo generale, una malinconia che mi avvolgeva, il peso della quotidianità che mi schiacciava. E nessuna via d’uscita.
Finché non mi imbattei per caso in un articolo sui sogni lucidi. L’argomento catturò subito la mia attenzione: essere coscienti di star sognando ti dà potere assoluto sul mondo creato dal sogno. Puoi fare ogni cosa, senza limiti. Mi era già capitato in passato, soprattutto da ragazzina. Un paio di volte mi resi conto di essere in un sogno, di aver ricordato di essermi addormentata ed essere finita lì. In quelle rare occasioni,però, mi ero limitata a lasciarmi travolgere dagli eventi senza provare a dominarli. Non avevo saputo sfruttare le potenzialità insite in un simile evento.
Ora, invece, sono una donna. Pienamente consapevole di ciò che voglio e di come ottenerlo.
Cominciai a leggere ogni cosa a riguardo, da articoli sulle più autorevoli riviste scientifiche fino alla più infima creepypasta trovata sul web. E, più leggevo, più la mia fame di conoscenza aumentava. Fino all’inevitabile conseguenza: la voglia di rivivere quell’esperienza.
Seguii ogni consiglio. Cominciai col regolarizzare i ritmi di sonno e veglia per abituare ad essi il mio corpo e la mia mente. Iniziai a compiere atti nel quotidiano per stimolare il mio inconscio a ripeterli nei sogni, così che ogni differenza tangibile fra i due stati mi sarebbe saltata più facilmente all’occhio. Acquistai persino una sorta di benda dotata di led: indossandola prima di addormentarmi, avrebbe emesso luci a intermittenza atte a farmi comprendere di trovarmi in un sogno. La usai ogniqualvolta se ne presentasse l’occasione. Eppure, per giorni, settimane, non approdai a nulla. Ero scoraggiata, quasi sul punto di mollare.
Poi accadde.
Mentre i led si schiantavano sulle mie palpebre, ammantando ogni cosa di una soffusa luce arancio non troppo dissimile da un tramonto, mi resi conto di avercela fatta. Quel primo sogno sembrò durare il tempo di un sospiro. Il tempo necessario a guardarmi intorno dal sedile di un tagadà immobile, con una distesa di stelle a vegliare dall’alto su di me. Mi svegliai subito dopo col sorriso sulle labbra.
Come se avessi abbattuto una diga, un flusso ininterrotto di sogni lucidi si riversò su di me nelle settimane successive. Quasi ogni notte. L’esperienza mi portò a gestirli al meglio, a farli durare a lungo. Ore, addirittura giorni secondo il tempo scandito da quell’illusoria realtà.
Cominciai a viaggiare in luoghi fantastici, a parlare con angeli e animali, a spingermi fin dove la mia creatività mi permetteva di fare.
Seppur con un po’ d’imbarazzo all’inizio, non mi privai neppure dei piaceri della carne. Affrontarne l’aspetto morale fu la cosa più difficile. Si può considerare adulterio sognare una cena romantica con un bellissimo attore? E di finire a letto con un vicino di casa? O con una delle mie amiche più care? I sogni, in genere, non scatenano sensi di colpa. Al massimo possono sorprenderti, ma, non potendo controllarli, non ci si fa schiacciare dal peso delle responsabilità. Io, invece, quello che accadeva nei miei sogni lo cercavo, lo desideravo, lo costruivo con le mie stesse mani. Nonostante questo decisi che no, non fosse qualcosa di cui sentirsi in colpa. Era come fantasticare. Semplici, innocue fantasie. Perciò, mi ci abbandonai senza remore. Mi persi fra le braccia di diversi uomini e fra le cosce di diverse donne. Anche contemporaneamente. Anche più d’uno per volta.
Fino a quando non sognai lui. Quel bellissimo sconosciuto. Alto, moro, prestante. Simpatico, intelligente, affabile eppure misterioso. Quasi non mi accorsi di averlo creato. Apparve e basta, travolgendomi col suo irresistibile fascino. Lo sognai più volte, parlammo a lungo, visitammo le sette meraviglie, facemmo sesso ovunque e in ogni modo, chiudendo la decenza a chiave in un luogo lontano anni luce da noi. Poi, quando anche tutto questo iniziò a diventare routine, mi focalizzai su altro. Su altri sogni, su altri mondi.
Ancora non sapevo che non avrei potuto sfuggirgli.
Non ci diedi peso quando scorsi il suo volto tra la folla. O quando il pilota di un bimotore assunse le sue sembianze. Pensai a uno scherzo del mio inconscio, a quella parte di me che ancora bramava la compagnia di quest’uomo. Che ne ricreava le fattezze contro la mia volontà.
Ma mi sbagliavo.
E l’ho capito solo qualche notte fa. Mentre mi dimenavo completamente nuda sotto il corpo solido e caldo di un esploratore. Mentre i suoi occhi color ghiaccio divennero neri come pece, intanto che le sue spinte lente e profonde mi trascinavano sino all’estasi. Il suo aspetto mutò sotto i miei occhi, la sua espressione lussuriosa si incattivì in pochi istanti, le pareti frastagliate di una caverna sotterranea divennero quelle lisce di una stanza d’albergo. Proprio quella stanza, la stessa che ci vide amanti per la prima volta.
Mi sentii pervadere dal suo piacere appena prima di avvertire le sue mani serrarmi il collo. Mentre mi ringhiava contro che non mi avrebbe mai lasciata andare. Che, senza di lui, non avrei potuto continuare a vivere. Che non mi sarei mai liberata della sua presenza.
La stanza mutò ancora. Divenne quella nella quale mi sveglio da oltre vent’anni con mio marito al mio fianco. Percepivo la sua presenza, ma non potevo muovermi né chiedere aiuto mentre mi veniva strappata via la vita. Ero preda della paralisi del sonno, uno stato nel quale la mente è quasi sveglia ma il corpo ancora addormentato. Uno stato nel quale sogno e realtà si mescolano, dando vita a incubi orribili che ti si palesano davanti agli occhi. Mi era già accaduto. Mai così intensamente, però. Sentivo il bisogno di respirare, i polmoni in debito d’ossigeno bruciavano come fossero invasi dalla lava. Mi imposi di restare calma. Ancora pochi istanti e sarebbe tutto finito. Ancora pochi istanti e mi sarei finalmente svegliata. Ancora pochi istanti e sarei di nuovo stata pienamente cosciente, padrona del mio corpo, libera da quelle sensazioni e da quella sofferenza.
Così fu.
Ma il sollievo non durò a lungo. Solo fino a quando, ancora ansante, non corsi in bagno a lavarmi il viso. Solo fino a quando non puntai il mio sguardo nello specchio e vidi i segni violacei sul collo. I segni di quelle dita. Le conseguenze spaventosamente reali e perduranti di qualcosa che avrebbe dovuto essere innocuo ed effimero.

Non dormo da una settimana, ormai. So che lui è lì ad aspettarmi per finire il lavoro. Ma non potrò resistere per sempre. Prima o poi crollerò, e sarà l’ultima volta che chiuderò gli occhi. Non c’è via d’uscita, di nuovo.

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