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Amore o follia? -5-

Attraversarono il parco camminando uno accanto all’altra, senza sfiorarsi. Alessia si sentiva terribilmente a disagio. Non era mai uscita di casa senza mutande e, ancor meno, aveva mai pensato di farlo indossando la gonna. Avrebbe voluto sprofondare nel terreno e sparire alla vista di chiunque. Ma Samuele era lì e la guardava di sottecchi, senza nascondere un bel sorriso.
Era quel sorriso che la faceva restare lì.
Era quel sorriso che l’aveva indotta a rispondere a quel ragazzo, la prima volta che si erano conosciuti.

Arrivarono sul marciapiede. Samuele si fermò e la prese per mano.
“Allora? Com’è?”

“Cosa?” rispose lei senza capire.

“Stare senza mutande.”

Le guance di Alessia esplosero diventando più rosse di un pomodoro maturo. Abbassò lo sguardo, sentendosi morire per la vergogna.

“Ti prego…”

“Voglio sapere.”

Respirò a fondo.

“Strano… è strano…”

Samuele sorrise, si avvicinò ancor di più e le baciò la fronte. Con piccoli, delicati baci seguì i tratti del suo viso, scese sugl zigomi, sulle guance, sul mento e poi risalì. Le loro labbra si sfiorarono per un istante prima che si aprissero in un bacio intenso e passionale.

Fu Samuele a farsi indietro e a guardarla.

“Andiamo” disse tenendola per mano.

Camminarono fianco a fianco, tenendosi per mano, in silenzio. Era felice. Era riuscita a farsi perdonare, a tornare fra le sue braccia, dove si sentiva sicura e protetta. Perché era stata così stupida da farlo andare via? Restò in silenzio, apprezzando il semplice aver Samuele al suo fianco.

Era come se tutti quelli che incontravano la guardassero conoscendo quel piccolo segreto e la giudicassero con lo sguardo. Avrebbe voluto sparire.

“Buongiorno ragazzi!” li salutò il barista quando li vide entrare. Alessia seguiva Samuele in silenzio. Il bar era carino, con un arredamento semplice ma moderno.

“Buongiorno! Io vorrei un cornetto al cioccolato e un caffè. Tu cosa vuoi?”

Alessia lasciò scorrere lo sguardo sulla vetrina dei dolci.

“Un cornetto alla marmellata e un cappuccino.”

“Accomodatevi pure, ve li porto io.”

Samuele si girò verso di lei.

“Preferisci dentro o fuori?”

Alessia sorrise, per lei non aveva importanza. Era già felice così. Tenendola per mano andarono fuori. Era una giornata fresca, il sole riscaldava piacevolmente la pelle.

“Qui va bene.”

Le fece quasi male liberare la mano per sedersi. Lo fece sistemando il tessuto della gonna sotto di sé. Non le andava affatto di posare la propria nuda intimità su una sedia sconosciuta. Accavallò le gambe e guardò Samuele mettersi comodo. Era bello, semplicemente bello.

“Non lo so se sto facendo la cosa giusta.”

Lo guardò senza capire.

“Quando durerà? Una settimana? Un mese? Un anno? Poi tornerai a fare la stronza.”

Quelle parole furono come una pugnalata al cuore.

“Ti prego…”

La guardava con fare serio. Qualsiasi traccia del sorriso che aveva avuto fino a poco fa era sparito.

“Ho torto?”

“Perché… perché dici così?”

“Io credevo in te… in noi. Ma tu, con il tuo comportamento immaturo ed egoista hai distrutto tutto.”

Le venne da piangere. Abbassò lo sguardo per non farsi vedere con gli occhi lucidi.

“Ti prego… lo so… ho sbagliato…”

“Mi hai fatto male Alessia. Mi hai ferito.” ci fu un momento di silenzio, “tu mi piaci, tanto. Lo sai. O almeno pensavo lo sapessi. Non voglio starci male ancora.”

“Scusami…”

Si sentiva affondare. Avrebbe voluto scoppiare a piangere. Cosa stava succedendo?

“Mi fai paura. Ora sei tutta brava e buona perché vuoi riconquistarmi… ma poi? Cosa sarà domani?”

“Io… io non lo so… ma ho capito di aver sbagliato. Ho capito dove ho sbagliato… dammi una possibilità, ti prego.”

Samuele sospirò e si guardò attorno.

“Non sono convinto, non mi piace tornare indietro.”

Alessia sentì quelle parole piantarsi nella sua carne come aghi.

“Una… una possibilità. Ti prego, dammi una possibilità. Farò quello che vuoi… te l’ho detto.”

“Dove sono finiti tutti i tuoi sono fatta così, prendere o lasciare?”

Calò il silenzio. Arrivò il barista che lasciò le colazioni sul tavolino.

Alessia fece un respiro profondo e cercò le parole giuste.

“Li ho messi via. Sono stata stupida e ho sbagliato. Non avevo capito quanto tu fossi importante per me e ora me ne pento” prese fiato, “non ti prometto che sarò perfetta, sbaglierò ancora. Ma se tu avrai la pazienza… la voglia… il desiderio… di tenermi con te, io imparerò e migliorerò.”

“Stai chiedendo tanto, lo sai?”

“Sì. Ti offro me stessa in cambio.”

Silenzio. Samuele mise lo zucchero nel caffè.

“Pensi di esserne in grado?”

“Mettimi alla prova.”

“Come?”

“Quello che vuoi.”

Samuele la guardò negli occhi.

“E se non lo farai?”

“Accetterò la punizione che vorrai darmi.”

“Sul serio?”

“Te lo prometto.”

“Non ti credo.”

“Mettimi alla prova.”

Ci fu un attimo di silenzio.

“Apri le gambe.”

Alessia sgranò gli occhi.

“Cosa?”

“Apri le gambe. Accavallare le gambe è un segno di chiusura. E sei di fronte a me. Dimostrami che mi vuoi. Aprile. E non chiuderle mai.”

Alessia deglutì a vuoto.

Non aveva le mutande.

Erano sulla strada. Con un’occhiata giusta le avrebbero visto sotto la gonna.

Continua il gioco.
Cosa decide di fare Alessia?
1. Acconsente alla richiesta di Samuele.
2. Scavalla le gambe, ma tiene le ginocchia unite.
3. Non ci riesce, ma accetta che Samuele la punisca.

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Se dovessi ragionare con la mia testa, faccio quello che mi viene chiesto ma a modo mio, quindi opzione 2😌

La vena bdsm mi turba ‘nattimo😅