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Quelli di fuori

Io volevo solo andare a un concerto. Era gratis per la settimana jazz organizzata dal comune, l’artista era una stella nascente di cui si cominciava a parlare. La gabola stava nel posto: sala Verdi dello Starhotel Du Parc, pacchianata d’albergo costruita fuori centro, praticamente nel nulla. Poi c’era l’orario: l’artista aveva imposto le 23.23 come orario d’inizio in base a sue fisime. Infine pur essendo già maggio faceva freddo mentre camminavo lungo il torrente con la giacca di pelle marrone scura sulla camicia e i jeans. Per arrivare allo Starhotel si attraversa l’ultimo ponte, quello che il comune ha costruito solo per l’appalto e che nessuno usa perchè è fuori dai percorsi principali. Dopo il ponte c’è uno spiazzo, a destra una stradina porta alla massicciata della ferrovia, a sinistra una scala scende nel greto del torrente tra l’erba. La via davanti procede verso l’Hotel per poi girare attorno al retro del parco e ricongiungersi infine con la zona pedonale.

Il marciapiede era poco illuminato, camminavo lungo un muro continuo, ininterrotto, fronde che scendevano dall’alto aumentando le ombre. Dall’altra parte una fila di case separava la strada asfaltata dalla ferrovia, ma non lasciavano intravedere segni di vita. I pochi lampioni erano presidiati da cioppetti di maghrebini, negri che parlottavano, uno potrebbe anche immaginarsi di essere rapinato. In realtà non mi guardavano nemmeno mentre passavo, a parte il solito inevitabile spaccino.

” Ciau bilu. Cerchi roba ? ”

” No grazie, cerco l’hotel qui avanti. ”

Ci rimasi un po nel vedere la sua espressione passare dalla sfacciataggine professionale alla sincera sorpresa.

” E ci vai a piedi ?.. ”

Detto questo si allontanò molto rapido, ma anche io non mi ero fermato, le strade buie non sono un posto buono per fare domande.

L’albergone era un’isola di luce nel vuoto, gran facciata lussuosa che si specchiava nel parcheggio pieno di belle auto. Però non c’erano altre persone fuori, sembrava che fossi l’unico arrivato a piedi, anche i due tizi della security all’entrata mi guardavano in maniera perplessa.

” Mi scusi, ma lei viene da fuori ? ”

” Dovrei entrare da dentro forse ? Sono qui per il concerto, mi può indicare la sala Verdi ? Grazie. ”

Alla fine si trattava di una specie di Carla Bley, un paio di pezzi anche gradevoli, ma nell’insieme troppa ricerca fine a se stessa, il tipo di musica che non resta nei ricordi.

Era bello però l’ambiente, le luci basse che facevano sembrare più raccolta la sala, il banco bar con gli sgabelli. Visto che il concerto non mi pigliava sorseggiavo il mio Godfather e osservavo gli altri.

C’era molta gente, però indefinibile, di quel genere che non si vede mai per strada, nessuno che conoscessi, pochi giovani. Poi vestiti strani, non quello strano d’ordinanza che si trova nei negozi, proprio roba fuori moda, uscita da chissà dove. Soprattutto c’era carenza di topa interessante, l’unica che avesse del fascino poteva avere vent’anni più di me. Capelli nerissimi filati di bianco, abito da sera smanicato dello stesso colore, guanti di seta all’avambraccio. Gli mancava solo un frustino, oppure una bacchetta da strega. Ecco, una strega poteva essere, capace di attirare gli uomini come falene e infine bruciarli.

Ma niente, non avevo voglia di fare il paiasso quella sera, lasciai passare il tempo senza provarci con la tardona.

Finito il concerto tutto quel campionario di eccentricità si riversò nel parcheggio. Chiacchieravano, si salutavano, si appartavano a discutere di loro faccende, avevo veramente l’impressione di essere l’unico estraneo in un ambiente dove tutti si conoscono. Solo mentre riprendevo il cammino per tornare a casa, uno che stava salendo in macchina alzò la testa e mi rivolse la parola. Aveva cappello a cilindro e monocolo come se fosse appena uscito da un film storico.

” Ah ma lei.. va a piedi ? .. ”

Eh si che andavo a piedi. Pensavo che proseguendo sarebbero bastati pochi minuti per girare attorno al parco e rientrare nel centro.

L’una passate, davanti a me camminava uno basso e sghembo occupato ad armeggiare con una specie di portatile, dall’altra parte della strada una prostituta negra davanti alle lampade rosse di un takeaway cinese. O almeno lo sembrava all’esterno, ma dentro era vuoto, con una persona in apparenza occupata a discutere con un muro. Cominciavo a rendermi conto che il percorso era più lungo del previsto, il vento si era fatto più freddo e portava con se delle voci, risate, come se una quantità di gente mi stesse venendo incontro.

Non c’era allegria in quelle risate, piuttosto abbandono, ferocia esultante, mi facevano pensare alle Baccanti. Io però non intendevo fare la fine di Orfeo, ma se fossi tornato indietro avrebbero potuto raggiungermi.

Per questo, quando vidi una entrata del parco ancora aperta nonostante l’ora tarda, mi infilai dentro. Pensavo che tagliando per il parco sarei tornato in poco tempo tra la gente normale, o alla peggio, se le altre uscite fossero state chiuse, avrei potuto nascondermi tra gli alberi fino a quando i baccanti fossero passati oltre il cancello. Ammesso che non intendessero entrare anche loro.

Mi accorsi presto che c’erano delle debolezze nel mio ragionamento. Primo: non c’erano lampioni e procedevo alla cieca. Secondo: il parco risultava molto più ampio di quanto ricordassi, dopo diversi minuti ancora non si vedeva la fine. Mi fermai per guardare l’ora sul cellulare e stabilire da quanto stessi camminando al buio, forse dieci minuti. Tra l’altro non c’era segnale. Terzo: non ero il solo che potesse nascondersi tra le piante, qualcuno si muoveva, doveva essere anche grosso a giudicare dal rumore. Troppo grosso, rumore di alberi piegati, un metro o più sopra la mia testa, appena dietro. Un gigante ?

La cosa buffa è che in quel momento la presenza di un gigante nel giardino pubblico dietro casa mi sembrava normale. Non posso neanche parlare di spavento, perchè la paura era già li da molto prima, mi misi solo a correre. Quando comincia l’azione il tempo rallenta, la vita va in scorrimento veloce e non si sa più cosa siano le emozioni. La paura è solo azione trattenuta, tutto il mio passato era scomparso, non c’era tempo, presente cristallizzato nella corsa, sentivo la strada senza vedere, sotto i piedi, nell’aria. Poi la luce in lontananza e la musica, il tempo che torna normale, i sensi dicevano che quel coso era andato per la sua strada senza inseguirmi.

La musica era Psychobilly, conosciuta, la luce era un gazebo prefabbricato, diverse moto fuori. Un biker bar, ma nel giardino pubblico ? Mai visto, erano abusivi che lo montavano di notte ? Sotto la musica si distingueva il ronzio di un generatore autonomo.

” Guarda ! Uno di quelli di fuori. ”

” Ihihi sembra come noi. ”

Due bikerozzi erano seduti fuori a fumarsi dei tromboni, troppo incretiniti per potermi dare delle risposte sensate, decisi di entrare a vedere se c’era qualcuno più lucido. Dentro c’erano un banco bar con le bottiglie, due divanetti, cinque sei avventori con panza da birra regolamentare e una barista con i tatuaggi. Era caduto il silenzio e tutti mi guardavano, ma era previsto, non dovevano passare molti estranei da quelle parti. Ci voleva della diplomazia, ignorando gli sguardi andai a battere la mano sul banco.

” Acqua del Tennessee ! ”

Alla barista scappò un sorriso e tirò fuori la bottiglia di Jack Daniels, i bikers ancora mi guardavano, ma nessuno era venuto a lamarmi, non andava male. Rimaneva solo da chiedere come uscire. O forse rientrare ? Qual’era la prospettiva ?

” No, se continui a seguire il viale asfaltato non arriverai da nessuna parte, bisogna andare dove si scavalca.. ”

La barista si era interrotta appena prima di darmi l’indicazione e aveva scambiato uno sguardo con un altro che si era sistemato vicino a me. Uno con i capelli grigi lunghi e la barba da radere, abiti pesanti da motociclista tutti consumati, non diceva nulla, ma si vedeva che non approvava.

La barista cercò di giustificarsi.

” Tigna, come fa a tornare questo se non gli dico da dove si passa ? ”

Il vecchio rispose a lei continuando a fissare me.

” Il bello di questo posto è che i distintivi non sanno come arrivarci e vorrei che rimanesse così. Lo porto io in moto, tanto è tardi e non voglio fare l’alba. ”

La barista che un attimo prima voleva aiutarmi diventò subito sospettosa.

” Ma in moto con uno dietro ? Vai da solo ? ”

” Non sono solo, c’è Zainamaita con me, tranquilla. ”

Senza aggiungere altro mise un foglio da dieci sul banco e mi fece segno di seguirlo.

Aveva una moto Guzzi d’epoca, tenuta perfettamente, roba da mostra. Il suo amico invece era uno lungo con gli occhiali, l’avevo già visto un paio di volte in un negozio di dischi, stava sulla sella di un cruiser tedesco di quelli che ci si potrebbe dormire sopra. La cosa preoccupante era il tubo di ferro pieno di spuntoni che teneva in mano.

” Non è che non ci fidiamo. ” – disse Tigna – ” Ma se per strada dovessero venirti delle idee, tipo squarciarmi la gola o cavarmi gli occhi, pensa che lui ti sta guardando. ”

I fari e uno spicchio di luna tagliavano il buio, si procedeva sugli ottanta all’ora, ma la striscia d’asfalto tra gli alberi non finiva. Ormai mi era chiaro che le cose di fuori sono solo superficialmente simili a quelle che tutti conosciamo. Zainamaita procedeva alla nostra sinistra leggermente arretrato, la posizione giusta per allungarmi delle mazzate. A un certo punto però lo vidi passare avanti, una sola parola attraversò il rombo dei motori.

” Donnole !! ”

Il vecchio biker senza dire nulla accelerò per quanto fosse possibile in quelle condizioni e mi buttò in mano un pezzo di catena. Pesante, di quelle che congiungono i colonnotti nelle piazze, tre anelli, metallo freddo.

Mi girai a guardare cosa avessimo dietro. Tre forme piatte che agitavano una quantità eccessiva di zampe, grosse, nonostante la nostra velocità ci stavano raggiungendo.

Vidi la prima infilarsi tra le due moto e azzannare il sellino di Zainamaita, anche sotto le bastonate rifiutava di lasciare la presa e si faceva trascinare. Le altre intendevano prendere la nostra Guzzi da due lati.

Tigna scartò a destra, quelle finirono una sull’altra, poi ripresero a correre, la più vicina si prese da me una catenata sul muso. Zaina in qualche modo si era liberato della sua e aveva trovato uno svincolo sulla sinistra. Noi eravamo troppo esterni, il vecchio dovette curvare molto stretto portandoci a strisciare contro la staccionata al bordo dell’incrocio. Invece una delle bestie, cercando di seguire la nostra curva, andò a finirci dentro con la testa.

La nuova strada costeggiava un laghetto rotondo increspato di luce lunare, un’isoletta piena di alberi al centro. Qualcosa di pesante disturbato dal nostro passaggio spiccò un balzo altissimo dall’erba, che si concluse poco dopo con un tuffo nell’acqua.

Molti rami si dipartivano da quel percorso circolare attorno al lago, i due motociclisti sembravano sapere esattamente quale uscita prendere. Passammo a un viale dotato di lampioni, il muro di cinta era quello che ricordavo da sempre, anche il cancello era dove era normale che fosse. Aperto. Quando le moto si fermarono dopo averlo superato, mi girai e non rimasi troppo stupito di vederlo chiuso, come era normale a quell’ora di notte. Intanto mi aiutavano a scendere.

” Bentornato nel Tonal. Siamo a casa adesso. ”

Così è andata. Ora che sto al tavolino del bar con gli amici, potrei pensare che avessero messo qualcosa in quel che avevo bevuto al concerto. Ma mi basta vedere la bruciatura sul dorso della mano, dove la bava di quelle bestie ha toccato la pelle, per capire che è vero, quelli di fuori esistono. Per questo guardo nel bicchiere e vedo ancora la luna specchiarsi nell’acqua, so già cosa farò, c’è solo un ultimo dubbio che devo sciogliere.

Mi prendo una Ducati o vado di Harley ?

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inception

Adrenalinico, sì!
Come la “macrocategoria”😆fammi omaggiare il Nano che sta dietro alle quinte vah😜