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Torbjorn Olavson era tornato a casa, dopo tanti anni. Dove per casa si intende un semicerchio di lunghe capanne disposte attorno alla punta di uno dei tanti fiordi che si aprono sul Mar Baltico.
A quel tempo si viaggiava molto, i vivi erano sempre in giro per qualche ragione, e lui nemmeno più aveva i genitori, sicchè dubitava che qualcuno lo riconoscesse.
Ma non aveva importanza, era un uomo armato, una spada Ulfberht pendeva al suo fianco e sul petto portava le insegne della Guardia Varangiana, tanto bastava. Avrebbe potuto entrare in qualunque abitazione a caso, sedersi a tavola senza nemmeno salutare, e quelli lo avrebbero ringraziato per averli onorati con la sua presenza, gli avrebbero rimboccato le coperte a letto, tutto quel che avesse voluto.
Ma lui aveva una destinazione precisa: la casa di Terje. E dal vecchio Terje fu riconosciuto eccome, quello stava seduto sotto la veranda in compagnia di una botticella di vodka, quando vide da lontano arrivare Torbjorn, riempì una seconda coppa di corno, e la pose sul tavolo di pietra muschiosa che aveva vicino. Non disse una parola però, nel Nord si chiacchiera poco, fu l’Olavson a rompere il silenzio gettando sul tavolo una lettera di proprietà, per il carico lasciato sulla nave con cui era arrivato.

” Questo per Sigrid. ”

Terje diede uno sguardo alla lettera e fischiò.
” Otto rotoli di seta.. Ti avrei chiesto meno.. ”

” Lo considero ancora poco ” – rispose Torbjorn –

Senza aggiungere altro, Terje gli porse una delle coppe, ” Skoll ! ” disse per brindare, e con quello era già tutto sistemato.

Il fondo del fiordo, con il villaggio e il porticciolo, è una conca circondata da pareti ripide, una buona strada saliva lungo la parte meno scoscesa, ma Tor aveva preferito il sentiero secondario, fatto a pietre tagliate come scalini, e fiancheggiate da cespugli di erica e alberelli di sambuco. I fiori dei sambuchi erano già stati raccolti, stava per iniziare la stagione delle bacche. La bella stagione era breve nel Nord e per questo preziosa, Tor ne aveva sentito la mancanza e ora poteva vedere di nuovo quelle piante, mentre si arrampicava come da piccolo.

Superato il fiordo camminò lungo un colle boscoso, fino a uno spiazzo privo di alberi, ma disseminato di mucchi di legna, che i carbonai facevano seccare al sole.
Si mise a sedere appoggiato a una delle cataste, la spada in mano, contemplava le rune incise sulla lama, che aveva nutrito col sangue.
Chiuse poi gli occhi per visualizzare le rune anche in se stesso.
Dagar: la luce del giorno e quindi la speranza, la chiarezza della mente
Tyr: la guerra, l’arte marziale, la disciplina che ignora la paura.
Odal: il recinto del villaggio, la famiglia, il desiderio di non dover più vivere soltanto per se stesso.

Nel concentrarsi sentiva sempre più nitido il canto delle cicale attorno a lui, e il suo cuore batteva a tempo, ma altri suoni si aggiunsero, qualcosa di grosso e veloce, ringhiante, anche ululante.
Si alzò e rivolse la spada verso la figura che si avvicinava, quella rallentò, ma comunque puntava su di lui. La testa era quella di un lupo, ma camminava su due zampe, aveva mani forti e unghie crudeli.
Torbjorn aprì la mano, la spada, perfettamente bilanciata, cadde e andò a piantarsi di punta nel terreno, distese poi il braccio destro di lato, in un gesto di invito.
La bestia gli si gettò addosso con velocità e furia sovrumane.

Lui continuò il movimento del braccio all’indietro, accompagnando anche col busto e la gamba, come aprire una porta davanti allo slancio del lupo, che riuscì a mordere solo l’aria.
Portando poi avanti la sinistra cinturò il collo dell’avversario, con l’avambraccio destro sotto la lunga mascella e la mano chiusa sull’altro, ma quella non era una bestia priva di senno come poteva parere, mise una zampa dietro al piede di Tor e piegò le ginocchia per scendere sotto il suo baricentro.
Un attimo dopo Torbjorn si trovò proiettato in volo oltre la spalla del lupo.. Glima .. l’arte marziale del nord, la praticavano anche i bambini, perchè non i lupi ?

Torbjorn cadde di faccia sul terriccio secco, un muscolo del collo forse stirato, non c’era tempo, doveva rotolare nel senso della spinta per prendere velocità e sottrarsi agli artigli della bestia ringhiosa.
La vista coglieva frammenti come in un caleidoscopio: erba sul volto, buio e grumi arrotondati di terra, l’ombra del lupo e la sua zampa che lo mancava solo di un soffio, sole abbagliante, fiore viola, mucchio di legna, poi ancora erba e terra. E quel coso che lo inseguiva alternando affondi col destro e il sinistro, una volta, due volte.
Alla terza Tor riuscì a trovare la posizione per sollevare le gambe, piedi sul petto del mannaro, e a spingerlo indietro mandandolo a sedere, mentre lui sfruttava la forza residua, come un pendolo, per alzarsi in ginocchio e poi in piedi.
Anche il peloso era già tornato in piedi, i suoi occhi erano del tutto umani, di un bel colore acquamarina, ma in un attimo cambiarono nel giallo topazio delle belve, gettò un ululato.

” Stauros Nikaaaaa ! ”

L’Olavson per lunga abitudine aveva risposto col grido di guerra dell’armata bizantina, si fecero nuovamente sotto, il lupo si avventò ancora con forza e Tor all’ultimo momento piegò la schiena a novanta gradi, per cinturarlo al ventre, con il collo premuto contro il fianco dell’avversario, dove non poteva essere raggiunto dalle fauci. Senza opporsi all’urto si lasciò cadere, trascinandolo con se, Tor voleva la lotta a terra, perchè quello il Pancrazio non poteva conoscerlo. Bisogna aver visto Costantinopoli per il Pancrazio, aver passato nei ginnasi con i migliori maestri il tempo che gli altri soldati passavano con le puttane.
Aveva anche vinto un trofeo.

L’aveva vinto battendosi contro dei professionisti, che scendevano in campo unti di olio per meglio sottrarsi alle prese, a confronto afferrarsi a quel pelame ispido, per quanto vigorosamente si dibattesse, era facile da non sembrare neppure leale. Ignorava il dolore, i graffi sul viso, sui campi di battaglia aveva subito di peggio, lavorava concentrato per salire un tratto alla volta verso la spalla.
Intanto il lupo sgambettava frenetico raspando il terreno, facendo volare pezzi di terriccio ed erba, era per darsi la spinta fuori dalla presa di Tor, che premeva per non lasciarlo rialzare.
Fino al momento in cui gli parve di poter tentare una mossa decisiva, liberò allora il lupo, quello avrebbe potuto a sua volta allontanarsi rotolando, invece accecato dalla rabbia alzò il destro per afferrare Torbjorn, che non aspettava altro. Grazie a quell’apertura infilò il sinistro suo sotto l’ascella dell’avversario e ne costrinse la spalla e la testa in una sola morsa, poi con una torsione secca dell’anca lo fece cadere nuovamente sul fianco per schiacciare a terra anche l’altro braccio.
Il lupo non aveva più scampo.

Non si arrendeva però, ancora cercava di mordere, e Tor con le mani occupate morse a sua volta, prima sul naso, poi l’orecchio, sapore di cane, pelame vecchio, uggiolati, era disposto a strappargli a morsi prima l’orecchio e poi la giugulare, se non si fosse sottomesso.
Ma prima di dover arrivare a quegli estremi, il mannaro ebbe un tremito e si rilassò come svenuto.
Improvvisamente quel che l’Olavson aveva tra i denti non era più carne viva, ma un vecchio berretto in pelliccia di lupo, e quel che stringeva era un mantello dello stesso materiale.
Sotto a quelle vesti, una donna poco più giovane di lui giaceva inerte tra le sue braccia, ma presto aprì di nuovo quegli occhi color del mare.

” Sigrid Terjesdottìr. Sei la benvenuta. ”
Tor aveva allentato la morsa, ma ancora non la liberava.

” Torbjorn Olavson. Bentornato. ”
Sorrise, nonostante la posizione piuttosto scomoda in cui era costretta.

” Riconosci che ti ho vinta in un leale combattimento ? ”

” Hai morso. E’ contro le regole quello ! ”

” Perchè tu invece ? … ”

” Ah già.. Va bene, riconosco di essere sconfitta e di potermi concedere. ”

Tor finalmente la sciolse, e fu lei ad abbracciarlo, rimasero stesi di fianco sulla terra frantumata dalla loro battaglia.
” Sono già stato da tuo padre. Ha accettato la dote.. ”

La vedeva solo con un occhio, l’altro era oscurato, probabilmente sangue che colava da un taglio. Non gli importava.

” Ah. Bene.. ”

Sigrid gli passò un dito sulle labbra. Lui ricambiò seguendo il profilo del naso.

” Insomma, volevo sapere, Sigrid, ci sono altre formalità che non mi hai detto, oppure possiamo sposarci, finalmente ? “

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inception

Indubbiamente un racconto originale, dove ho
particolarmente apprezzato la minuziosa descrizione dell’ambiente circostante.

Dimenticavo, benvenuto😊