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Red room

La lunga lama affilata rifletteva le fredde luci al neon incastonate nel controsoffitto della stanza spoglia. L’aria era stantia, pregna di solventi e varechina. Il silenzio assoluto, tanto da rendere quasi assordante il ticchettio dell’orologio appeso alla parete.
Ebbe l’impressione di essere in quella stanza da un’eternità. Invece, non erano ancora le ventitré.
Neppure un giro di lancette prima, varcò la soglia di quel luogo e richiuse la porta di ferro alle sue spalle. Si guardò intorno, col suo raggio visivo parzialmente ostruito dalla maschera di Josef Mengele che celava il suo volto. La telecamera stava già trasmettendo, lo capì dal led rosso fisso posto accanto all’obiettivo. E scorse subito, proprio di fronte ad essa, a non più di un paio di metri, un uomo su una sedia. Appariva imponente, ben più di lui. Ma, in quelle circostanze e in quelle condizioni, non avrebbe potuto nuocergli né sottrarsi al suo volere. I suoi polsi legati dietro la schiena, le caviglie fissate con l’altro capo della medesima corda ai piedi della seduta. Una lunga tunica bianca lo vestiva dal collo alle caviglie e un cappuccio del medesimo colore gli celava il volto mostrando solo gli occhi, appena visibili da due piccole fessure appositamente intagliate nel tessuto. Solo mani e piedi del prigioniero erano esposti.
Il suo aguzzino, invece, non mostrava nulla di sé. Pantaloni, maglia dolcevita, scarponi e guanti in pelle, tutti neri come pece, rendevano la sua figura poco più che un’ombra impalpabile. Quando si avvicinò alla sua vittima notò subito il coltello che altri, quasi a volersi fare beffe di lui, gli avevano posato in grembo. Appena lo raccolse, il prigioniero alzò il capo per cercare i suoi occhi. Lui lo evitò con sguardo sfuggente, e gli rivolse per la prima volta la parola fissando la telecamera.
Non si preoccupò di camuffare la sua voce, gli avevano assicurato che l’avrebbero fatto loro.
«E così… tu sei il mio regalo», esordì impostando un tono cupo e solenne.
Nessuna risposta giunse alle sue orecchie, al di là di un respiro accelerato, non seppe dire se per la tensione o a causa della bassa temperatura regnante in quel luogo.
«Non sei di molte parole», riprese.
Si spazientì per il prolungato silenzio della vittima, e il suo stato d’animo fu palesato da quanto disse in seguito, in un tono di voce sensibilmente più alto. «Fa’ come vuoi. Ma presto parlerai. Per supplicarmi di mettere fine alle tue sofferenze».
Ancora silenzio. Poi un sussulto e un fremito quando decise di agire, imprimendo la punta del coltello al centro della coscia dell’uomo vestito di bianco.
«Il dolore lo senti, allora. Bene, magari emetterai qualche altro suono quando inizierò a tagliarti le dita dei piedi, una dopo l’altra», continuò sadico.
Si inginocchiò, con una mano strinse il piede destro del prigioniero e impresse di taglio la lama sulla prima falange del quinto dito, fin quando una sottile striscia di sangue vivo cominciò a stagliarsi sulla pelle rosata. La vittima sussultò, emettendo un flebile verso.
«Allora? Non hai nulla da dire?», gli chiese l’uomo in nero.
«Mi chiamo Andrea».
L’aguzzino si irrigidì. «Dovrebbe importarmi?», replicò dopo un istante.
Ferì allo stesso modo anche le restanti dita, mentre il prigioniero tentava di soffocare i suoi gemiti di dolore con grugniti sordi.
«Dimmelo tu. Non vuoi sapere chi stai per uccidere?».
«Non mi importa. Ho chiesto ti vestissero di bianco solo per vedere ogni macchia del tuo sangue impressa sui vestiti. E che non ti imbavagliassero per sentire le tue urla e le tue preghiere. Chi tu sia non mi interessa».
«Quindi mi vuoi torturare, uccidere, senza conoscermi e senza un motivo».
Con uno scatto, l’aguzzino portò il coltello alla gola del suo prigioniero, fin quando non avvertì la pelle del collo opporre resistenza alla punta dell’arma. «Hai idea di quanto sia stato complicato arrivare qui? Ho seguito quasi ogni giorno per anni questi spettacoli. Ho guardato i boia cavare occhi, sventrare, dissanguare lentamente gente come te. Aspettando quelle uniche due volte l’anno nelle quali noi spettatori possiamo finalmente essere dall’altra parte, venire sorteggiati per vestire i panni del boia. Fare ciò che, di solito, chiediamo di fare digitandolo su una tastiera. Oggi, qui dentro, sarò finalmente dio».
«Mia moglie si chiama Carla. È appena più piccola di me, ricordo ancora quando la vidi per la pri…». Non ebbe modo di finire la frase, che un manrovescio lo colpì violentemente in pieno volto. Una piccola chiazza di sangue sporcò il tessuto del cappuccio in corrispondenza della sua bocca.
«Ti ho detto di tacere, dannazione!».
«Ora sono confuso. Prima non volevi parlassi? Non mi hai fatto imbavagliare apposta».
«Che mi implorassi di smettere, che piangessi, non che mi raccontassi cose delle quali non mi frega un cazzo!», replicò l’aguzzino colpendo ancora con violenza il volto dell’uomo in bianco.
«Mi spiace deludere le tue aspettative. O forse è colpa tua, che dovresti impegnarti di più».
«Gioirò quando esalerai l’ultimo respiro», gli ringhiò in faccia la figura oscura, facendo scorrere la punta del coltello dal torace fino all’addome, premendo abbastanza da graffiare la tunica e la pelle del prigioniero.
«Parlavi di cavare occhi, giusto? Bene, toglimi questo cappuccio e fallo».
«Durante gli eventi non si possono svelare le identità».
«Oh, andiamo. Che razza di divinità saresti se non potessi fare ciò che vuoi? Hai atteso tanto per essere qui… vuoi davvero privarti di questo piacere?».
«Questi eventi sono in maschera proprio perché si tengono a Carnevale e ad Halloween. Travestirsi fa parte della loro magia! Sta’ zitto!».
Il prigioniero non trattenne una risata.
«Cosa diavolo c’è adesso?!».
«Magari sono in maschera solo perché, altrimenti, dei codardi come te non sarebbero in grado di uccidere altri esseri umani. È facile celare la propria identità dietro quel pezzo di plastica, vero? Così come celare la mia dietro questa tunica. Nella tua mente potrei essere chiunque, un prete che ti ha molestato, un capo che ti ha maltrattato, un bullo che ti ha umiliato. Un fantoccio vuoto sul quale riversare le tue frustrazioni. Be’, mi spiace per te, ma io non sono nulla di tutto ciò. Io sono Andrea. Ho una vita, una famiglia, degli amici, persone che…».
«Non darmi del codardo!», gli urlò contro l’aguzzino strappandogli via il cappuccio dalla testa. Senza dar tempo al prigioniero di replicare, impresse la punta del coltello tra la tempia e l’angolo esterno dell’occhio. «Ora lo vedremo chi è il codardo», sussurrò.
Andrea lo fissò negli occhi, senza che l’uomo in nero, stavolta, riuscisse a distoglierli.
«Io e Carla abbiamo anche due figli – riprese in tono assertivo – Marco di dieci anni e Sara, che fra qualche mese ne compirà sei e inizierà le elementari. Mi sembra ieri che, in ospedale, dopo il parto, la cullavo avvolta in una copertina bianca e rosa. Invece…».
L’aguzzino deglutì rumorosamente, premendo leggermente la punta acuminata sulla pelle. Il suo respiro accelerò sensibilmente.
«No. Non lo farai», riprese Andrea, continuando a fissarlo.
«Chiudi gli occhi e taci».
«Ti senti in grado di torturare qualcuno solo perché vedi altri farlo? Solo perché, magari, ti piace guardare? Non è la stessa cosa. Questo non fa di te un boia».
«Mi sono allenato».
«Con cosa, con un bambolotto? Con un cuscino? Con un oggetto senz’anima, come pensavi fossi io dietro quel cappuccio?».
«Smettila», impose l’aguzzino con voce spezzata.
Il prigioniero continuò incurante. «Vuoi torturarmi? Uccidermi? Benissimo, ma sappi che dovrai torturare e uccidere Andrea, non un burattino. E dovrai farlo tu, l’uomo che c’è dietro quella maschera, sarai tu a macchiarti di questa atrocità, a non liberartene più. Non laverai la tua coscienza assieme ai tuoi vestiti, non getterai via i tuoi rimorsi assieme al tuo travestimento. Qui sarai anche dio per un paio d’ore. Ma lì fuori, per il resto della tua vita?».
L’aguzzino scansò il coltello dal volto della vittima, si allontanò di qualche passo e sferrò un violento pugno contro una parete, sfogando con un urlo roco la sua rabbia. «Perché non ci riesco», sibilò.
«Perché in fondo sei una brava persona», gli disse Andrea, calmo.
«Non lo sono. Mi piace guardare tutto questo. Ma forse hai ragione tu, sono troppo vigliacco per farlo davvero».
«Dietro uno schermo, quando sono gli altri ad agire, non è la stessa cosa. Non ci sei tu qui, non c’è un Andrea. Ma solo due personaggi che interpretano un ruolo. A questo servono le maschere, non a celebrare un evento», concluse gettando una rapida occhiata al cappuccio sgualcito sul pavimento.
«Toglila anche tu – riprese Andrea dopo alcuni istanti di silenzio – liberami e andiamocene da questo posto».
Il suo aguzzino designato, con ancora il volto celato dalle sembianze del dottor Mengele, restò immobile, quasi paralizzato. Tremante, riusciva a stento a reggere l’arma stretta nel suo pugno. «Non ci lascerebbero uscire vivi di qui. E, se anche dovessimo riuscirci, ci troverebbero ovunque. Se solo ci provassimo, saremmo morti entrambi».
«Conosco chi può proteggerci, fidati di me. Se tu fossi come loro, io non sarei ancora vivo. Tu non sei come loro, non diventarlo solo per paura di ciò che potrebbe accadere».
L’aguzzino fissò, per un attimo che parve eterno, il puntino rosso accanto all’obiettivo della telecamera. Trasse un lungo sospiro e chiuse gli occhi nel momento in cui prese e diede seguito alla sua decisione. Si strappò via la maschera e usò il coltello per tagliare la corda che bloccava gli arti di Andrea. Fu allora che fissò, per la prima volta senza nulla a proteggere la sua identità, l’uomo che avrebbe dovuto torturare ed eliminare, e lasciò che lo stesso leggesse lo sgomento nei suoi occhi.
Il prigioniero si alzò in piedi, massaggiandosi i polsi per riattivare la circolazione alle estremità superiori. «Grazie», disse al suo interlocutore. Questi rispose con un cenno del capo, senza emettere un suono.
Si diressero poi verso la porta. Non trattennero un sospiro di sollievo quando si resero conto che era chiusa solo dall’interno, con un fermo a scorrimento che si affrettarono a rimuovere. Il corridoio davanti a loro sembrava deserto. Vi si avventurarono insieme per qualche passo, fin quasi a raggiungere l’intersezione con due corridoi laterali. L’uscita era a pochi metri. L’uomo in nero scattò in avanti per raggiungerla, l’altro lo trattenne per un braccio. «Dobbiamo accertarci che la via sia davvero libera – consigliò standogli alle spalle – Stefano, tu guarda a sinistra, io a destra».
L’aguzzino si sporse in avanti e ruotò il capo per controllare l’area. Quella frazione di secondo gli fu fatale. Quando nella sua mente si fece largo un’idea che gli procurò un brivido lungo la schiena, non ebbe neppure il tempo di porre la domanda che immediatamente prese a rimbombargli assordante in testa. “Come conosce il mio nome?”.
Il prigioniero lo cinse in una solida morsa e, in una frazione di secondo, gli iniettò qualcosa nel collo. Qualcosa che l’aguzzino non seppe definire, ma che bruciava come le fiamme dell’inferno.
Stefano si sentì d’un tratto senza forze, sorretto da braccia possenti, fissato dall’alto da occhi neri e vuoti. Perse i sensi mentre Andrea lo trascinava nuovamente nella stanza dalla quale stava fuggendo.
Non erano neppure le ventitré quando riaprì gli occhi e fissò l’orologio alla parete. Eppure, era tutto diverso rispetto a un’ora prima. Non era più lui quello in piedi con un coltello in mano. Non era più Andrea quello legato all’unica sedia. Cominciò a sudare freddo e dimenarsi mentre l’uomo in bianco lo fissava scuotendo il capo. «Non saresti mai riuscito a farlo – gli disse – sei solo un esaltato che si eccita alla vista del sangue, ma troppo vigliacco per torturare qualcuno».
«Non erano questi i patti! Non puoi uccidermi!».
«L’accordo prevedeva fossi protagonista dell’evento di Carnevale, no? Be’, lo sarai. Solo, non come immaginavi».
«Sei senza maschera, ci saranno centinaia, forse migliaia di persone collegate. E tutte ti vedranno in faccia. Finirai in galera!».
L’uomo in bianco sospirò, scuotendo il capo. «Pensi davvero che avremmo rischiato di mandare in diretta un incapace come te? È tutto registrato. Quando avrò finito, ci vorrà solo un minuto a censurare i nostri volti prima di mettere in rete il filmato».
«Ti prego, non farlo… anch’io ho una vita, una famiglia che mi aspetta a casa, degli amici che mi vogliono bene…».
«Lo so. So tutto di te. Ma vedi, la differenza fra noi è che tu volevi essere al mio posto per sfogare la tua rabbia repressa. Al sicuro, dietro la tua maschera e al di là della mia. A me, invece, piace fare tutto questo, non mi fa paura guardare il tuo volto, leggere il terrore nei tuoi occhi. Anzi, è di questo che mi nutro».
«Per favore, Andrea…», piagnucolò Stefano.
«Ah, naturalmente non mi chiamo Andrea», continuò il boia, roteando il coltello nella sua mano sinistra. «E ora silenzio in sala, inizia lo spettacolo!», tuonò infine, mozzando con un solo, rapido fendente l’orecchio della sua vittima.

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