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L’inizio della tua fine

Il vapore aveva completamente annebbiato le pareti trasparenti di quella gabbia in vetro temprato. Al suo interno, ad occhi chiusi, Francesca godeva del getto d’acqua che colpiva e carezzava il suo corpo. Dopo aver percorso con le mani colme di bagnoschiuma le sue forme prorompenti e sode, sprezzante affronto agli anta e alla gravità, aveva preso ad indirizzare con meticolosa lentezza il fluido caldo sulle spalle e la schiena, sui seni abbondanti e l’addome morbido, per arrivare poi alle cosce e, infine, lasciar scivolare lungo le gambe e i piedi gli ultimi residui di sapone.
Quando quel momento di intimo relax volse al termine fece scorrere le porte dell’ampio box doccia per afferrare l’accappatoio, candido come la sua pelle.
Lui non si scompose. Restò a guardarla poggiato schiena al muro mentre la donna si avvolgeva in quel fagotto di spugna, con gli occhi fissi nei suoi.
«Solo pochi mesi fa mi avresti urlato contro per lo spavento – disse con le labbra piegate in un lieve, amaro sorriso – ora, neppure un sussulto».
«Se non te ne fossi accorto, sono cambiate un bel po’ di cose da allora», replicò Francesca, senza alcuna inflessione a colorare il tono della sua voce.
«Sei cambiata tu, più che altro».
«È cambiata la mia vita, io mi sono solo adeguata ad essa», affermò, mentre con un asciugamani tamponava l’acqua in eccesso dai suoi lunghi capelli corvini.
L’uomo rimase in silenzio, distogliendo lo sguardo sino a fissare un punto indefinito sul pavimento reso lucido dalla condensa.
«Prima mi sproni a diventare ciò che sono adesso e poi mi biasimi?», riprese lei.
«Ti ho spronata a uscire dal tuo guscio, a superare il dolore, la delusione, la rabbia».
«Ed è ciò che ho fatto».
«Le stai alimentando, invece. In nome di una sete di vendetta che non ti ripagherà di nulla».
«Cosa dovei fare secondo te – incalzò sarcastica la donna – voltare pagina, ricominciare a vivere la mia vita, affrontare ogni giorno con un sorriso?».
«Perché no?».
«Perché sono solo cazzate da film romantici di quart’ordine. Il mio sorriso l’ho lasciato a bruciare in quell’auto, a polverizzarsi fra le lamiere accartocciate». Slegò la cinta dell’accappatoio, lasciandolo scivolare sul pavimento e svelando ancora la sua figura. Con accuratezza, prese a massaggiare la sua pelle ormai asciutta con della crema idratante spremuta da un tubetto. Si dedicò in principio alle cosce tornite, poi risalì avvolgendo a piene mani i seni morbidi e continuò lungo il collo, le spalle e le braccia, fino a che un velo impercettibile ebbe avvolto interamente il suo corpo statuario.
«Quindi, cosa vuoi fare, passare la vita a combattere contro i mulini a vento, vivere nel rancore di ciò che è stato, prendertela con chi non ha nulla a che fare con quella storia solo perché ha un uccello tra le gambe?».
«Ma piantala. Sai benissimo con chi me la prendo».
«No, non lo so. E non lo sai neanche tu».
«Lo so eccome, invece. Me la prendo con chi è della stessa pasta di quel bastardo. Quel figlio di puttana che di giorno diceva di amarmi e di notte s’indebitava per il gioco, per la droga, per infilare il suo cazzo moscio in qualche puttana d’alto borgo. Quello che, quando ha avuto l’acqua alla gola e gli strozzini alle calcagna, non ci ha pensato due volte a farmi ammazzare per incassare i soldi dell’assicurazione e salvarsi il culo».
L’uomo sospirò rumorosamente, incapace di replicare a quelle parole. Francesca, intanto, prese a rivestirsi senza mascherare la rabbia che induriva il suo volto. Un reggiseno di pizzo avvolse la parte alta del suo busto, lasciando intravedere in trasparenza le larghe areole e i capezzoli prominenti. Poi toccò a un tanga in coordinato coprire la sottile striscia di peli che decorava il suo pube,esponendo quasi completamente le natiche rotonde. Infine, delle calze autoreggenti le fasciarono le gambe e le cosce. Si guardò allo specchio, apprezzando tacitamente il contrasto che la sua pelle di porcellana creava con l’intimo che aveva scelto, scuro come le tenebre nelle quali era sprofondata. «O pensi che quei tipi incravattati coi quali ci mischiamo non meritino di fare la sua stessa fine?», riprese.
«Sentiamo, da cosa deduci che uno sconosciuto sia alla stregua del tuo ex marito?».
Francesca scelse uno smalto rosso fuoco, col quale dipingere le unghie di mani e piedi. «Dal fatto che uno sposato non vada in giro di notte a rimorchiare una come me? Come la nuova me? Dal fatto che un tipo raccomandabile non tenga in tasca bustine di coca da sniffare nel cesso di un bar?», disse in tono provocatorio mentre armeggiava col pennellino, intingendolo di tanto in tanto nella boccetta di vetro.
«Quindi, ti arroghi il diritto di vita e di morte sulla gente solo perché ti ricorda lui?».
«Oh, andiamo! Ho ucciso soltanto mio marito, finora».
Francesca sfoderò una risata carica di risentimento mentre la sua mente tornava a quella notte, due mesi dopo l’incidente. L’uomo continuò ad ascoltarla in silenzio, osservandola con cupa rassegnazione.
«Pensava di averla scampata, lo stronzo. Pensava fossi un fantasma quando m’intrufolai in quella che era stata la nostra casa. Che carica mi diede leggere il terrore nei suoi occhi mentre gli piantavo quel pugnale nel cuore! E ora sta a me vivere di rendita coi soldi che, da vero coglione qual era, scelse di tenere in contanti in casa. Del resto, un fantasma lo sono davvero, adesso. Per tutti, io sono morta carbonizzata».
«C’ero, lo so», disse l’uomo con un filo di voce, mentre Francesca infilava un attillato tubino nero e si apprestava a colorare le sue labbra di rosso vivo.
«È vero, c’eri già allora».
«Sono sempre stato con te, solo che non mi hai mai ascoltato. Non lo facevi quando eri devota a quel verme e tentavo di metterti in guardia. Non lo fai adesso, che sprechi la tua vita, la nostra vita, solo per rovinare quelle altrui».
«Se uno lascia a casa moglie e figli per andare a puttane, la sua famiglia merita di saperlo. Se uno impasticcato o ubriaco sfreccia per le strade mettendo a rischio vite innocenti, merita di schiantarsi contro un muro. Non è vendetta, è giustizia. Io dò solo una mano affinché essa si compia».
«Ma tu non sei dio. Non sta a te stabilire cosa sia giusto o far sì che ciò che auspichi accada».
«Si può sapere a te cosa importa? Sei la mia coscienza, la mia anima o qualche altra cosa che non hai saputo neanche spiegarmi. Cosa ti cambia se un tizio finisce in un dirupo, perde il lavoro o viene mollato dalla moglie?».
L’uomo scosse il capo, sconsolato. «Di lui nulla. Ma tu non hai idea di come sia vivere da qualche parte dentro di te. Immagina di annegare in un mare senza fondo e senza fine, completamente buio. Annaspare allaricerca d’aria sapendo che non ne troverai. Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Per settimane, mesi. Sto solo cercando di sopravvivere, e tu non fai che rinnegarmi. Ma non solo per questo io cesso di esistere. Sto lottando per tornare in superficie, per respirare, per restituirti umanità, serenità, una vita normale».
«Ti sfugge una cosa – replicò Francesca, ammirandosi un’ultima volta allo specchio dopo aver infilato eleganti scarpe dal tacco lungo e sottile e inforcato una piccola borsa in pendant con esse – io non potrò mai essere felice. Non dopo quello che mi è successo. Sai quanto ci abbia provato. Già in orfanotrofio, quando sognavo invano genitori che si prendessero cura di me. O appena sposata, quando desideravo donare la famiglia che non ho avuto a un figlio che scoprii di non poter avere. O fino a neanche un anno fa, quando l’unica persona che credevo mi amasse davvero ha tradito la mia fiducia nel peggiore dei modi. Come pensi che possa sperare in un futuro migliore, fidarmi ancora di qualcuno?».
«Ci sarà un modo. Hai ancora molto tempo davanti a te, tante possibilità di dare un senso alla tua vita, di trovare uno scopo».
La donna si avviò verso la porta, senza neppure voltarsi a quelle parole. Lo fece solo un istante prima di richiuderla dietro di sé. «È questo il mio scopo. E tu puoi smettere di lottare, non ho più bisogno di te».

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