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Peccato

Le passai le dita sulla guancia o meglio quello era il mio intento, “certo se avessi evitato l’ultimo bicchiere, forse, ora riuscirei ad avere sensibilità alle dita” ricordo di aver pensato.
Complice una dose di alcool superiore ai tassi legali, il mio pollice si andò a schiantare sulle sue labbra, imprecai tra me e me, stupendomi provai un brivido inaspettato, come si dice inatteso. 
Il contatto fu fugace ma la consistenza e l’umidità di quelle labbra, così morbide, mi turbò.
Allontanai d’istinto le dita e riuscii maldestramente nell’intento di accarezzarle la guancia, la trovai morbida, calda, leggermente bagnata di sudore.
Lei Valentina, mi guardò con quegli occhioni uguali ai miei e vi vidi tutto il suo stupore, sentii il peso del suo sguardo analizzarmi, l’avevo colta di sorpresa.
Per carattere non spicco per la mia loquacitá, come sapeva non essere parte di me dimostrare una qualsiasi forma di dolcezza, lei così simile a me, ma dal temperamento molto diverso, quanti eventi hanno trovato riscontro in questa tesi, nel corso del tempo.
Lei, tenera e bellissima, e ubriaca almeno quanto me, se non di più ora, se ne stava seduta per terra nel piccolo esterno del pub.
Si limitò a osservare i miei movimenti, come un animale inselvatichito che viene avvicinato per la prima volta dall’uomo, sconcerto misto a timore, questo mi trasmettevano i suoi occhi, dovevo essere davvero alticcio perché tentennai parecchio prima di interrompere quel contatto.
«Come stai?» Le chiesi quasi scocciato
«Per un cazzo bene» sbiascicó
«Dov’è andato?»
«Via con quella zoccola»
«Quanto hai bevuto?» chiesi sinceramente dispiaciuto
«Abbastanza da aver voglia di mandarlo a fanculo una volta per tutte»
«Risposta esatta piccola» sentenziai,
guardando i suoi occhi riempirsi di lacrime.
«Che cazzo di schifo» sussurró appena.
«Vuoi che ti accompagni a casa?» chiesi senza troppa convinzione.
«E Sara?»
«Sara uno strappo ce l’ha, poi stasera non è serata, abbiamo già discusso» risposi sfrustrato.
«Se mi trascini fino alla macchina io sono d’accordo con te» disse ciondolando sul sedere, nell’intento di darsi uno slancio, per alzarsi.
Strappandomi una risata la fermai «Aspetta fatti aiutare» 
«Dai cazzo posso farcela da sola» rispose stizzita, mentre come un lottatore di sumo al tappeto, continuava quella buffa danza.
Con enorme fatica mi alzai in piedi, piazzandomi davanti a lei, la mia faccia deve esserle parsa davvero esilarante perché scoppiò a ridere, incontrollatamente.
«Che hai da ridere cretina!?» Esclamai
«Nulla idiota, aiutami, credo che tutto quello che ho trangugiato mi sia finito tutto sul culo e mi fa da zavorra» rispose arrancando.
Scoppiai a ridere e puntellando i suoi piedi, le allungai le mani alle quali si aggrappó, non prima di aver strizzato gli occhi nell’intento di mettere a fuoco il panorama.
La tirai senza dosare la forza e in uno slancio mi atterró addosso, persi quasi l’equilibrio, ma il mio baricentro trovò il giusto asse e riuscii a sostenere quel caldo corpo ubriaco. 
Un brivido mi percorse l’intera schiena, si fermò solo dopo essermi arrivato tra i capelli.
«Se non fossi tu, due colpi te li darei senza pensarci due volte» sbottai tutto d’un fiato, guardando il viso di Valentina farsi serio o forse stava solo trattenendo un conato di vomito dato dal violento atterraggio su di me, le ci vollero diversi secondi prima che il suo sguardo si fece catturare dal mio.
«Che mi vorresti fare?» 
chiese con una voce che pareva una cantilena, rimasi per un istante ammutolito, mentre sentii smuovere le viscere, istintivamente indietreggiai con il bacino per non far percepire la mia erezione, che lenta stava montando.
«Nulla, ho detto che se non fossi tu – alzando leggermente il tono della voce su quel tu – probabilmente ti scoperei e aggiungo, seduta stante»
Le risposi in modo assolutamente sfrontato, sfoderando un sorriso sornione. 
Lei mi guardó sconvolta, conoscevo quella espressione, un misto tra orrore e divertimento, la stessa che le si stampava in faccia ogni qualvolta fu vittima dei miei innumerevoli scherzi.
«Tu sei fuori di testa, lo sai?» Rispose con un sorriso languido e recitando la parte di femme fatal della situazione.
Beh, colsi la palla al balzo come si sul dire, e con fare impudico e sfrontato, mi avvicinai di più al suo viso,
«Non giocare con me, bambina, potresti trovarti a desiderare cose di cui finiresti per pentirti» recitai con voce suadente e integerrima.
Non credevo nemmeno io a ciò che le stavo dicendo, ma, mi è sempre piaciuto testare le persone e metterle in imbarazzo, usare frasi a sproposito solo per vedere la reazione, lo facevo di continuo, pure con Sara, la mia, per fortuna ex ragazza, e lei, Valentina, oh lei, non avrebbe fatto eccezione.
Eravamo ubriachi entrambi, dopo qualche ora di nanna e un blister di aspirine, non avrebbe ricordato nulla di questo sconveniente scambio di battute, «Perché non giocare un po’» mi chiesi.
Confidavo sugli effetti dell’alcool per un buon reset sulla memoria, forse anche di entrambi, non avevo mai pensato in passato di fottermela. Non fino a quel momento, perlomeno. 
«Credo di riuscire a stare in piedi da sola» sussurró con un tono di voce sfalsato da quel liquido alcolico, che inesorabile, stava annebbiando la mente di entrambi, interruppe i miei pensieri Valentina.
«Il fatto è che se ti mollo ora primo cadremmo entrambi, secondo vedresti quant’è dura la mia melanzana e terzo sai che hai delle tette niente male, piccola?»
«Ma che cazzo stai dicendo?»
Sbottó di colpo Valentina, cercando di divincolarsi da quell’abbraccio che la teneva stretta al mio corpo. 
«Ma che fai cretina – recitai stringendo ancor di più i miei bicipiti attorno alla sua vita – pensi che non sappia che l’idea di farti scopare da me ti faccia colare?» Continuai, ma questa volta spostando tutto il peso del mio corpo su di lei, obbligandola a indietreggiare fino a farla cadere rovinosamente sulla sedia, di ferro battuto, alle sue spalle.
Scoppiai a ridere, la sua espressione incredula e stizzita mi regalò una lunga scarica di adrenalina, si alzò di colpo in piedi e imprecando, si scagliò come una pazza indemoniata contro di me, per mollarmi un ceffone in pieno viso.
 Intercettati il suo movimento e bloccandola per il polso, la feci ruotare su se stessa, fermandola con la mia gamba e scaraventandola di nuovo, addosso a me.
«Ma davvero pensi di poterti ribellare?»
«Ora smettila testa di cazzo» gridó lei.
In risposta strinsi il suo polso ancora più forte, sentii il suo corpo irrigidirsi, facendo scorrere la mia gamba sulla sua coscia arrivai a divaricale le gambe, potevo chiaramente sentire il respiro espanderle i polmoni, i muscoli della schiena, scolpiti da anni di ginnastica artistica, tesi sul mio petto.
«Fai la brava, non ti farei mai del male stupida sciocca, da quando in qua mi temi? – le chiesi impostando la voce – ma, questo non toglie che la voglia di aprirti in due ora sia davvero forte» .
Le parlai sfiorandole appena la pelle del collo con le labbra, avvertendo un cambiamento impercettibile nel suo respiro, l’attirai ancora più a me, portando il suo avambraccio a premere sul suo sterno, tra i seni, pensai a una spagnola coi contro cazzi in quell’ istante. Fu questione di un attimo, feci in modo di riuscire a toccare, con il mio braccio sinistro un seno, lo strusciai appena, riuscii a sentire la consistenza soda e morbida di quelle tette acerbe, perfettamente tonde, dai capezzoli invitanti.
In quel momento sentii un piacere profondo invadermi pure il cervello.
Conoscevo le forme di Valentina da che ne avessi memoria, abbastanza disinibiti, cresciuti senza troppe restrizioni, soprattutto mentali. Tra di noi non si crearono mai imbarazzi sin da bambini, e ora appena maggiorenni la situazione non era molto diversa. Quel corpo l’avevo visto crescere, svilupparsi, formarsi, ma mai ebbi la tentazione di chiavarmela.
“Che cazzo stai facendo coglione” mi chiesi più volte, non seppi darmi risposta o semplicemente, non volli. Troppo allettante la situazione per fermarla ora, mi dissi, auto-convincendomi.  
Sorrisi, aspirando a fondo il profumo dei suoi capelli, con la coscia percorsi quei pochi centimetri che mi separavano dal suo inguine, con una lentezza timorosa, incerto sul da farsi, una situazione eccitante ma così immorale da provar quasi ribrezzo.
Eppure la voglia di trasgredire in quel momento si impadronì della mia mente. Tolsi la mia mano dal suo polso e la spostai alla base del collo, stringendo appena lambii la sua pelle fino a raggiungere le labbra con la punta delle dita, aspirando a fondo il profumo di cocco e vaniglia, che si sprigionava da quel corpo perfetto. 
Desiderai affondare il mio cazzo giù per quella gola, odiavo quella fragranza, forse perché era l’unico profumo che restava in bagno dopo il suo passaggio, eppure ora lo trovano seducente, eccitante, la obbligai a portare il capo sul mio torace,  spiai il suo viso, e l’espressione di abbandono e serenità che vi trovai mi spaventó
Ma qualcosa di magnetico mi teneva incollato a lei, socchiudendo le labbra si fece sfuggire un lungo ansimo, in quell’istante desiderai baciarla, affondare la mia lingua e sentire il sapore della sua saliva.
Il suo alito bollente, che sapeva di chissà quale dannato intruglio si era bevuta, batteva quasi impercettibile sulle mie dita.
«Vale?” la destai, lei rispose con un gemito che mi fece inturgidire ancora di più il cazzo, impossibile nasconderle la mia erezione ora.
«Che stiamo facendo?» le chiesi scandendo le parole con una lentezza surreale.
«Non lo so» mi rispose lei, strofinando le labbra sulle mie dita.
«Cristo mi sta scoppiando il cazzo» ammisi, quasi impacciato, come a voler giustificare quel palo di carne impossibile da tenere lontano da quel culo stupendo. 
L’intraprendenza di certo non mi mancava e sfanculato l’angioletto buono, le cinsi con l’altro braccio la vita, ora sì, ora l’avrebbe sentito il mio cazzo, per forza.
Sospiró, e nient’altro, rimasi interdetto, ragionai sul da farsi, certo non fu un’impresa facile, mi sentivo leggero, troppo leggero, ubriaco troppo ubriaco.
Lei se ne stava inchiodata tra le mie braccia a sospirare, e io con un inferno nei boxer e nella testa.
Tentai di sciogliere l’abbraccio, ma la mano di quella serpe trattenne il mio braccio tirando la mia cazzo di felpa, “porca mignotta mo che minchia faccio” pensai nel panico.
 Il cazzo mi pulsava nei jeans, e pensai a mia madre e alla sua repulsione per i pantaloni larghi “mamma cara se avessi il cazzo, ora si che capiresti cosa non è indossarli in certi momenti”
 risi come un idiota da solo immaginando quella situazione, ma il sospiro rauco di Valentina mi riportó senza via di scampo alla realtà.
Mi accorsi solo in quell’istante che la mia mano dalla sua gola era scesa fino all’attaccatura del seno, il suo respiro quasi affannato aveva permesso un movimento involontario verso il basso, non potevo darmi altra spiegazione.
Lasciai scivolare il mignolo al di sotto del tessuto, scostai pure il pizzo del reggiseno e su quella pelle morbida e calda iniziai una ricerca lenta e a cazzo, di quel bottoncino turgido.
Contemporaneamente alzai la mia gamba fino a farmela cavalcare, fermai ogni mio arto in attesa di un rimprovero, che non arrivò.
Imprecai ancora, più che altro per trovare un alibi al mio dito che era stato molto bravo a intercettare quel fantastico chiodino di carne, lo sfiorai, lo toccai, ci girai attorno, seguendo il respiro di Vale come linea guida.
Bagnai i boxer, inevitabilmente, “impossibile d’altronde” pensai, con una gamba tra le cosce di questa dea in calore, “cazzo!” sbiascicai sbuffando rumorosamente.
«Andiamo a casa» le dissi liberandola da quell’abbraccio torbido.
Valentina si girò di colpo e con un’espressione stupenda mi rincuró
«Si, prima che facciamo, com’è che si dice, incesto?»
«Eh, si porca puttana, si dice proprio così!»
Risposi, scoppiando a ridere, con lei.
 
 
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