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Peli superflui

Parte 1: I pieni di sé
No, non è una rubrica sulle gioie della ceretta, né sulla soddisfazione di esibire una graziosa pelliccia naturale anche al mare a Ferragosto.
Avete presente la metafora del non avere peli sulla lingua? Ecco, mi va di strapparne qualcuno.
Non che, di solito, io sia particolarmente diplomatico, intendiamoci. Anzi, la mia capacità di tollerare l’idiozia è talmente elevata (e questa talmente diffusa, nelle più svariate forme) che il mio livello di vita sociale è inferiore anche a quello del rotolo di scotch che tengo sulla scrivania. Si, perché almeno i rotoli son due, si tengono compagnia l’un l’altro. Dovrei riporli nel cassetto della cancelleria, ma sembrano trovarsi così bene lì dove sono ora, perché sconvolgere la loro routine!
Ad ogni modo, tema di oggi son tutti quelli che si credono il centro del mondo.
Vi faccio un esempio basato su qualcosa che riesce sempre a tirar fuori il meglio dalle persone: Facebook.
(Piccola precisazione per l’utente medio di Faccialibro: si, la frase precedente era sarcastica; sorridi e annuisci, su.)
Sarà capitato anche a voi di avere fra i contatti (e, se non vi è capitato, allora gli “amici” in questione siete proprio voi) gente che pubblica quelle immagini con scritte tipo “Tu che spii il mio profilo sperando di vedermi soffrire, sappi che sto benissimo”, oppure “A te che mi invidi…”, “A te che critichi la mia vita…”, e via discorrendo.
Si, insomma, ‘sta gente che non se la caga nessuno e che, per autoconvincersi del fatto che ciò accada per invidia, pubblica robe insopportabilmente patetiche.
Mio/a caro/a, mi rivolgo direttamente a te. Fattene una ragione: tu non sei il fulcro attorno al quale ruota l’universo. Nessuno si sveglia la mattina pensando a come rovinarti la vita. Ognuno apre gli occhi e pensa ai cazzi suoi, punto. Tu, bene che vada, sei solo un incidente nel percorso della sua esistenza. Anche perché, cosa mai dovrebbe invidiare? Se togli i filtri Instagram dai tuoi autoscatti (si, io li chiamo ancora così) resti un cesso a pedali; il tuo bagaglio culturale è formato dalle interviste della D’Urso, dalle citazioni estemporanee della Fallaci e dagli spoiler de Il segreto; non hai una personalità definita né una tua opinione su nulla (o, perlomeno, non ne hai una che sia davvero tua e non sia dettata da propaganda, convenzioni sociali o mode del momento, ma questo è un discorso che meriterebbe un capitolo a parte). Diciamoci la verità: pubblichi robaccia simile solo per ricevere commenti accondiscendenti, per soddisfare il tuo bisogno di sentirti dire “oddio, povera stella, non pensare a tutta quella gente che ti vuole male, tu sei speciale”. Vuoi sapere la verità? Non sei speciale. Per niente. Sei di una banalità estrema. Sei l’emblema del disagio esistenziale della razza umana. E quelli che han commentato il tuo post, l’han fatto solo perché sono altri disadattati come te che, prima o poi, pubblicheranno qualcosa di analogo e si aspetteranno in cambio un feedback confortante da parte tua. Ci tieni davvero ad essere “importante” per qualcuno? Allora smetti di agire come un nevrotico in preda a manie di persecuzione. Smetti di considerarti il centro del mondo, di credere che tutto ti sia dovuto. Comincia ad interessarti davvero di ciò che ti circonda. Quando chiedi a chi incontri “come stai?” fermati ad ascoltare anche la risposta. Ecco, questa è una piccola cosa, ma di basilare importanza; è un rendersi conto che gli altri sono persone come te, non esseri inferiori che vivono in funzione di te. Non deridere o schernire chi non veste alla moda, chi non cura ogni millimetro del proprio corpo come fai tu; non tutti badano soltanto alle apparenze, c’è chi è troppo impegnato a nutrire la propria anima per accorgersi di avere un capello fuori posto. Non come te, una confezione impeccabile contenente il nulla assoluto. Oppure, continua a vivere nella rassicurante superficialità che ti contraddistingue. Con altri egoisti e superficiali come te. Altri pieni di sorrisi e parole gentili quando tutto va bene, ma pronti ad abbandonarti alla prima difficoltà. Perché anche loro, come te, non ascoltano la risposta alla domanda “come stai?”. Perché anche a loro, come a te, non interessa. Perché anche a loro, come a te, non frega nulla di tutto ciò che non li riguarda direttamente. Poi, però, non lamentarti quando ti ritroverai da solo/a, perché diventato/a un peso per i tuoi sedicenti amici e una nullità per tutti quelli che hai deriso. Ho iniziato con un detto e chiudo con altri due che dovresti tenere bene a mente: “la ruota gira” e “si raccoglie ciò che si semina”.
Ecco, il primo pelo me lo son tolto.

Parte 2: Stupratori, questi inguaribili romantici
Due sabati fa sono uscito. Di sera. Io. Si. Giuro che è vero.
Ora, ai più questa cosa non dirà nulla, ma chi mi conosce si renderà conto della portata di un tale evento. E capirà, di conseguenza, perché in questi giorni stia piovendo a dirotto ovunque. Colpa mia. Scusate.
Comunque, dicevo, due sabati fa non ero in casa. E mi son perso il primo Unedited di Shy. Per chi non avesse idea di cosa io stia parlando, cerchi Breaking Italy su YouTube, ne vale la pena. Il buon Alessandro ha disquisito per venti minuti di stupri e molestie. Argomento, purtroppo, sempre attuale.
Bene, nel suo pensiero c’è molto del mio. In breve: la violenza sessuale è sempre e comunque sbagliata, un’aberrazione da condannare e punire senza se e senza ma. Una ragazza che ami mostrarsi con abiti particolarmente succinti non è detto lo faccia per esternare la sua troiaggine. Se anche una avesse la reputazione di ragazza facile, o fosse ubriaca, o iniziasse a flirtare con qualcuno, non è detto che abbia voglia di scopare, o di farlo con quella persona.
In buona sostanza, tu uomo, uscissi con una presunta sgualdrina di proporzioni bibliche che per tutta la sera te la fa annusare e alla fine ti manda in bianco, non saresti in nessun modo autorizzato ad abusare di lei. Qualora lo facessi, saresti una merda vivente. Senza attenuanti. Naturalmente, sebbene abbia preso ad esempio lo stupro su una donna in quanto caso più frequente, lo stesso vale per gli abusi su chiunque: uomini, minori, disabili e così via.
E questo è il mio pensiero generale sulla questione.
Però.
C’è un “però”.
E torno all’esempio della giovane donna discinta o ubriaca.
Cara ragazza. Tu sei libera di esprimere la tua individualità come meglio credi. In linea teorica, dovresti poter entrare nuda in un bar per camionisti senza che nessuno si azzardi a metterti anche solo un dito addosso, se tu non lo vuoi. E, ove dovesse accaderti qualcosa di spiacevole, nessuno dovrebbe azzardarsi a dire che te la sei cercata. Questo tipo di omertà, di filosofia è sessista, squallida e primitiva. Non avresti colpe di nulla, la colpa sarebbe solo di quegli altri.
Il problema è che la teoria e la pratica, solitamente, fanno a cazzotti.
E spesso la teoria le prende di santa ragione.
Vedi, esiste una cosa chiamata “prudenza”.
Ad esempio, sono alla guida e arrivo in prossimità di un incrocio nel quale ho la precedenza. A questo punto ho due possibilità: o rallento e verifico che non ci siano auto che possano essermi d’intralcio, oppure me ne frego e continuo a viaggiare senza curarmi di nulla. Scelgo la seconda opzione. Un pirata della strada non si ferma allo stop e ci scontriamo. Ho ragione su tutta la linea, nessuno può venire a dirmi che me la son cercata, che mi sta bene o altre boiate simili. Ma mi son fatto male. Magari mi toccherà farmi dei giorni di ospedale, affrontare un intervento chirurgico, e quant’altro. Senza aver fatto nulla di sbagliato o di sconveniente. Eppure, con un pizzico di prudenza in più, avrei potuto rallentare per controllare che nessuno sopraggiungesse dalla strada laterale, sarei riuscito ad evitare l’incidente e non starei ingessato in un letto.
Lo stesso ragionamento lo adotterei per la questione delle molestie sessuali. In linea di principio, non c’è nulla di sbagliato ad accettare un passaggio da un ragazzo conosciuto ad una festa poche ore prima, non c’è nulla di sbagliato a uscire da sola con una minigonna giropassera o una scollatura vertiginosa, non c’è nulla di sbagliato a voler bere qualche bicchiere e magari scambiare effusioni con uno sconosciuto dal quale ti senti attratta. Insomma, puoi benissimo rimorchiare qualcuno, passarci la serata, farti riaccompagnare a casa e limonarci in auto. E avere la sacrosanta facoltà di fermarti lì, salutarlo e concludere la serata con una stretta di mano.
Il problema è che il mondo è pieno zeppo di teste di cazzo. E questa, ahimè, è una cosa della quale devi tener conto. Non puoi ignorare il fatto che quella persona possa essere diversa da come si mostra, che possa essere un bastardo senz’anima e non il ragazzo brillante e simpatico che finge di essere. Non puoi ignorare la possibilità che, girando seminuda da sola di notte, tu possa incontrare un branco di bestie troppo stupide e ignoranti per rispettare la dignità altrui. Naturalmente, non potrai neppure prevedere qualsiasi bruttura possa capitarti, valutare ogni singolo rischio. Dovresti essere un robot per riuscirci. Ma puoi benissimo sfruttare il tuo buonsenso per limitare il più possibile il verificarsi di situazioni spiacevoli.
E, bada bene, non perché sei una donna. Non perché tu debba sentirti costretta a non essere te stessa, ma perché al mondo la cattiveria esiste, ed è anche diffusa in maniera capillare; perché devi avere cura di te stessa, della tua persona, del tuo corpo, della tua incolumità. Cercare di proteggerti da chi potrebbe farti del male. E’ istinto di sopravvivenza, è autoconservazione. Lo sarebbe anche se parlassi di semplici rapine, e dicessi che, da parte mia, nonostante sia uno di quasi due metri per novanta chili, non sarebbe saggio girare con un Rolex in un quartiere degradato. Potrebbe non capitarmi nulla, ma correrei comunque un rischio evitabile. Così come potrebbero rapinarmi anche in pieno centro alle sei del pomeriggio, certamente. Ma le possibilità sarebbero nettamente inferiori.
In breve, cara ragazza, quando corri nella tua auto, con la musica a palla e il vento a scompigliarti i capelli, se ti accorgi che c’è un incrocio pericoloso decelera, accertati che nelle vicinanze non ci sia qualche stronzo che non rispetta gli stop. E fallo per il tuo bene, per te stessa, non per quello che potrebbe pensare la nostra società malata se dovessi avere un incidente.

Parte 3: Profondamente ipocriti
Come si addice ad un appassionato di politica, in questo periodo sto seguendo con particolare attenzione la campagna elettorale americana. Io ero fra i pochi che, fin dal primo momento, non aveva dubbi circa il successo che avrebbe riscosso Trump nel corso delle primarie. Così come non ho dubbi sul fatto che la Clinton sarà il prossimo Presidente. La vedo dura che gli americani si siano rincoglioniti al punto di commettere i nostri stessi errori quando sarà il momento di fare sul serio.
Ad ogni modo, lo scandalo che sta investendo il candidato repubblicano in questi giorni mi ha dato lo spunto per scrivere quanto segue, e strapparmi questo nuovo “pelo”.
Per chi non avesse seguito la vicenda, Donald Trump è stato accusato, da una cinquantina di donne intervistate dal New York Times, di molestie di vario tipo. In breve, l’aspirante Presidente sarebbe un maschilista, misogino e ossessionato dall’aspetto fisico, uno che ci prova con qualsiasi fanciulla di bella presenza gli capiti a tiro e insulta pesantemente le donne che reputa poco attraenti.
Il che, negli Stati Uniti, ha scatenato un putiferio.
E anche qui sta facendo discutere.
Si, perché noi siamo un popolo sensibile, non tolleriamo che l’apparenza sia elevata a condizione imprescindibile e sufficiente per stabilire il valore di una persona. Insomma, c’è altro, oltre all’esteriorità, che bisogna guardare: il carattere, la bontà d’animo, la simpatia… ok, basta così, tutte cazzate.
La verità è che non siamo da meno rispetto a Trump. Il più delle volte siamo solo maggiormente cauti nell’esternare i nostri pensieri.
Se prendiamo un aereo, un treno, un autobus e ci siede accanto una persona di bell’aspetto, tutti noi pensiamo “che culo!”. Indipendentemente da chi sia quella persona. Non la conosciamo, magari non avremo neppure occasione di farlo. Ma reputiamo una fortuna il solo averla accanto, il mero poterla ammirare. Per converso, se come vicino di posto ci capita una specie di comodino barocco dotato di braccia, volgiamo gli occhi al cielo chiedendoci perché chiunque dimori lassù ci odi così tanto. Anche in questo caso, indipendentemente da chi sia la persona che ci è seduta accanto, fosse anche un mancato premio nobel dotato di sterminata cultura e spiccata simpatia.
Ma fin qui, tutto sommato, siamo nell’alveo della normalità. In fin dei conti, è naturale che la prima impressione che ci facciamo di qualcuno dipenda in larga parte dal suo aspetto fisico. E’ la prima cosa che vediamo. Di primo acchito, e ad un’ipotetica parità di sintonia, chiunque preferirebbe avere a che fare con una persona di bell’aspetto piuttosto che con una che non rientra nei suoi canoni.
Il problema non è neppure chi si ferma a questo stadio.
A tal proposito, un po’ di tempo fa conobbi una persona che, tutto sommato, ricordo ancora con simpatia. Lei dice, in soldoni: per me l’aspetto fisico è essenziale, se qualcuno non corrisponde ai miei canoni di bellezza non riesco a passarci su e conoscerla senza pregiudizi, senza essere frenata. Superficiale? Sicuramente. Ma ho molto apprezzato lei e il suo punto di vista. E’ schietto, diretto, sincero. Se non mi attiri fisicamente, non ti filo di striscio, fossi anche la mia anima gemella cerebrale. Condivisibile o meno che sia il suo pensiero, è comunque una che non si nasconde dietro un dito. E io apprezzo chi ha la determinazione di difendere e argomentare le proprie convinzioni, per quanto sbagliate possa ritenerle.
Ciò che mi fa veramente ribrezzo, invece, è la vigliaccheria di chi la pensa come la tipa di cui sopra ma non ha le medesime “palle” nell’ammetterlo. Che poi è la maggioranza delle persone. Viscidi esseruncoli che, a parlarci, sembrano sensibili, profondi; gente che pubblica aforismi sul vero amore, sulle qualità interiori; gentaglia che si lamenta di non trovare una persona che le faccia battere il cuore, che afferma robe tipo “cerco solo qualcuno che sappia leggermi dentro, comprendermi davvero” e poi è già tanto se non corre via urlando o scoppia a ridere in faccia a qualcuno che le chiede di uscire senza essere esattamente un adone. Ecco, è questa ipocrisia a farmi schifo. Ti spacci per una persona che va oltre la prima impressione, qualcuna attratta dall’intelligenza, dall’acume, dalla personalità. Magari parli anche male di chi, apertamente, afferma di cercare un partner di bell’aspetto, l’additi come superficiale, insensibile. E poi? E poi sei una di quelle del visualizzato e non risposto se su WhatsApp ti scrive un ragazzo che non ti interessa, sei uno di quelli che tampinano le ragazze carine su Facebook insultando quelle sovrappeso, sei una che fa gli occhi dolci al primo belloccio che passa evitando uno bruttino come fosse un appestato o, peggio ancora, deridendolo con le amiche. E’ questa ipocrisia che non tollero, ed è la gente come te che mi dà il voltastomaco: persone superficiali e coscienti di esserlo che, però, si mostrano per ciò che non sono, perché la società impone il politicamente corretto, impone il mostrarsi altruisti e aperti di idee. Perché fa figo scomodare poeti e filosofi mentre si cazzeggia sui social, commuoversi guardando struggenti storie d’amore in tv, sottolineare quanto sia importante avere accanto un bravo ragazzo o una donna di sani principi. Quando poi, nel concreto, l’unica cosa che ti attira è un bel faccino, un abbondante paio di tette o un culo scolpito, indipendentemente che il possessore delle suddette qualità sia un emerito idiota incapace di distinguere il congiuntivo dal condizionale. Ripeto, per te che stai leggendo queste righe pensando “è vero, ha ragione. Per fortuna io non sono così” e poi hai Facebook aperto nella speranza che la tipa alla quale hai lasciato un commento ti risponda, ignorando bellamente quello dell’altra più bruttina che, invece, ha cercato un contatto con te: mi fa schifo il tuo fingerti profondo. Mi fa schifo la tua ipocrisia. Mi fai schifo tu. Ben più di Trump.

Parte 4: Lasagne con passato di censura
E’ da due giorni che litigo con chiunque.
Il perché è presto detto: a me la vignetta di Charlie Hebdo sulle lasagne è piaciuta. Non mi soffermo sul motivo, l’ho spiegato talmente tante volte, che mi stanca già solo l’idea di ripetere nuovamente gli stessi concetti.
Fatto sta, dicevo, la vignetta mi è piaciuta; il messaggio sotteso, almeno per come l’ho interpretato io, pure. Ad ogni modo, se anche non mi fosse piaciuta, di certo non mi sarei scagliato contro i vignettisti come gli idioti del web (si, la famigerata “popolo del web” è troppo tenue e inflazionata come locuzione) stanno facendo da quarantott’ore filate. Così come non mi scaglio ogni santo giorno contro Sallusti, Feltri, Paragone, Adinolfi, e chiunque si metta a diffondere concetti che per me sono cazzate grosse come interi sistemi planetari.
Se qualcuno dice, scrive, disegna qualcosa che a me non va a genio, semplicemente non seguo l’attività di quella persona. Nessuno mi obbliga a comprare un dato giornale, guardare una specifica trasmissione televisiva, collegarmi a un tal sito web. Se così fosse, allora avrei tutti i motivi per incazzarmi. Ma così non è. Posso benissimo non comprare Charlie Hebdo, posso non leggere Libero (e meno male!), posso non guardare La Gabbia, e così via. Nei limiti imposti dall’ordinamento giudiziario, parlassero di quello che gli pare, la cosa non mi tange.
Ma l’unico limite dev’essere quello, appunto: la legge.
La morale, l’opportunità, la decenza non sono dei limiti universali. Sono delle mere valutazioni soggettive.
C’è chi dice che non si possono prendere in giro i morti. Fermo restando che la vignetta non sbeffeggia quei poveracci, bensì chi quel disastro l’ha provocato per incapacità, negligenza o malafede, ma, in ogni caso, vogliamo evitare che si faccia satira su chiunque non calchi più questa terra? Evitiamo i filmati-parodia di Hitler? Le innumerevoli vignette su Mussolini, o sulle sedicenti profezie della Fallaci? Non facciamo satira sulla Mafia, dato che i padrini storici sono quasi tutti morti? Cancelliamo dal ventaglio di opportunità le stragi, il terrorismo, le guerre?
Ah, no, ma è passato del tempo da gran parte di quegli eventi. Forse, dopo un po’ si può fare satira anche sui morti. Ma dopo quanto? Un anno? Dieci anni? Un bambino potrebbe aver perso la madre a Nizza o ad Amatrice. Fra dieci anni, magari, potrebbe soffrirne ancora. Quindi, in quel caso, scherzarci su sarebbe inopportuno. Che facciamo, valutiamo caso per caso? Andiamo da tutti i parenti e gli amici superstiti a chiedere se per loro è un problema scrivere un monologo o disegnare una vignetta su un determinato episodio? E, se sono tutti d’accordo, ok, allora si può scrivere o disegnare.
Però, occhio, a non sfociare nell’aspetto spirituale, che anche la religione è un tema delicato. E proprio Charlie Hebdo ne ha fatto le spese. Per cui, meglio evitare di toccare l’islam, sia mai che qualche fondamentalista se la prenda a male. Eh, ma pure il cattolicesimo… insomma, qua c’è il Papa. C’è una sensibilità maggiore su certi argomenti. Vabbuò, prendiamo per il culo gli indù. Figurati, quelli adorano un tipo con quattro braccia e la proboscide, che problemi vuoi che ci diano. Alla peggio, dovessero iniziare a farsi saltare in aria pure loro, allora cambieremo bersaglio.
Si, ma quale? I disabili? E’ da escludere, scoppierebbe un casino. I gay? No, che poi ci boicottano com’è successo per la Barilla. La camorra? Certo, come no, poi ci tocca la scorta come a Saviano.
Forse è meglio lasciar perdere i grandi temi e fare satira sul quotidiano. Quella funziona sempre. Ma non su Piergiovanni, eh, che quello lì c’ha conoscenze… meglio evitare di farlo incazzare. E allora sul parrucchiere sotto casa, che non fa una ricevuta neppure se glielo chiedi in latino sulle note dell’Aida? No, povero Procopio, capace che gli mandano la Finanza e chissà che multa! Su Marafilippa neppure eh; lavora in Comune, se si viene a scoprire che la pausa caffè dura sei ore la possono licenziare. E coso, quello che ha l’azienda tessile in via del Fringuellino e aspira più polverina della Folletto? No no, che il cugino del nipote del fratello del cognato che al mercato mio padre comprò lavora lì, lascia stare. Allora sull’assessore, dai. La politica si può massacrare senza problemi. Come si chiama, quello che di giorno organizzava i pullman per il family day e di notte andava a mignotte sulla provinciale! Ah, si, l’onorevole Protopalla. E se poi non mi fa più riparare la buca davanti casa, che inciampo ogni volta che esco? Ho capito, dai. Facciamo la solita battuta sull’altezza di Brunetta, che tanto quella va sempre bene.
Per farla breve: chiunque può avere remore a trattare qualsiasi argomento. Per questo la sensibilità di un individuo, di una comunità, di un popolo, non può essere un fattore per limitare la libertà d’espressione. Altrimenti, nessuno potrebbe più scrivere di nulla. Io ho scritto un’infinità di racconti erotici, ho trattato l’incesto, il sadomaso, persino la religione. Ho ricevuto critiche, insulti e intimidazioni. E il mio, tutto sommato, è un pubblico limitato. Scrivo per poche centinaia di persone, non certo per decine di migliaia, o di milioni come fa un giornalista di fama mondiale. Eppure, nonostante questo, un bel po’ di gente si è sentita toccata in qualche modo dalle mie parole. Questo perché ognuno ha il suo tallone d’achille. Ma è il suo, questo non può limitare la libertà di espressione altrui. Neppure se la stessa debolezza è condivisa da dieci, cento, mille, un milione di persone. Resta comunque una valutazione soggettiva, non una verità universale.
Se ci ponessimo limiti di questo tipo, se la satira dovesse essere innocua, allora semplicemente non esisterebbe. Ci sarebbe solo la comicità demenziale, quella di Made in sud, di Colorado, dei cinepanettoni. Quella che, se va bene, ti strappa una risata fine a sé stessa.
Ma la satira è altro. La satira non ha il far ridere quale sua finalità. Non deve compiacere nessuno, né essere politicamente corretta, o delicata, o opportuna. Al contrario, deve puntare a smuovere le coscienze, a far indignare, a far riflettere, a scatenare dibattiti e, perché no, a disgustare. Dev’essere eccessiva per definizione.
Quindi, cari idioti, condividete pure la vostra rabbia, incazzatevi, andate a vomitare odio su Charlie Hebdo e sulla Francia tutta, ma, vi prego, non bestemmiate parlando di censura, di proibizionismo, di cosa si può o non si può dire a seconda del pensiero del momento. Anche perché gran parte di voi lo scorso anno avevano Je suis Charlie come immagine del profilo, non per difendere la libertà d’espressione, ma solo per moda, e perché quelle vignette non toccavano il vostro culo. E, se un intero popolo non ha il diritto di limitare di punto in bianco le libertà fondamentali di alcuno, di certo non ce l’ha il primo coglione che si sente offeso da qualcosa solo perché un altro più coglione di lui gli ha detto di sentirsi così.
In conclusione, a te che mi stai leggendo e che sei arrivato fin qui, e magari ora vorresti commentare che l’unico coglione sono io perché non ho rispetto dei morti e blablabla, mi sento di lasciare un consiglio: sai qual è il segreto di un’esistenza felice e produttiva? Rispettare due semplici regole: pensare con la propria testa e comprendere che la propria libertà finisce dove inizia quella altrui. Riflettici. Conta fino a dieci. Poi puoi commentare.

Parte 5: Parliamo di superficialità… in breve
E siamo arrivati al quinto pelo.
C’è una cosa che, da adolescente, mi faceva sentire tremendamente inadeguato rispetto agli altri, troppo diverso. Ora, che ho superato quella fase di profonda insicurezza e adottato la filosofia del vivi e lascia vivere, quel tarlo ha continuato a girare nella mia testolina come una semplice curiosità alla quale non riesco proprio a dare una risposta.
La domanda è semplice: perché vi crogiolate nella superficialità? Non tutti, sia chiaro. Ma la quasi totalità di voi si.
E lo si vede in ogni campo.
Lo spunto per questo “pelo”, ad esempio, l’ho avuto guardando le statistiche dei miei racconti. Tendenzialmente, le storie più brevi e semplici hanno molte più visualizzazioni e apprezzamenti rispetto ai brani più curati e impegnativi. E’ come se questi ultimi venissero scartati a priori.
Naturalmente, non vale solo per me. Provate a guardare le classifiche dei libri più venduti, dei film più visti, delle canzoni più scaricate, dei video più cliccati su YouTube, e così via. In media, i contenuti più banali risulteranno sempre più popolari rispetto a quelli più… diciamo profondi.
Resto proprio su YouTube per fare un esempio palese. E, come parametro, utilizzo due canali che seguo (così da non sentirmi dire che sto a fare il professorino, cito due network che apprezzo, entrambi): FavijTV e Breaking Italy. Per chi negli ultimi anni avesse vissuto nella galassia di Andromeda, specifico che il primo, Lorenzo Ostuni alias Favij, si occupa di gameplay (quindi, essenzialmente, si registra mentre gioca ai videogame) mentre il secondo, Alessandro Masala alias Shy, porta avanti una rubrica nella quale rivisita con ironia e semplicità i fatti più importanti del giorno. Sono due canali di punta, essenzialmente di intrattenimento; estremamente leggero il primo, un po’ più “corposo” il secondo. Ma appena più corposo, non tanto da diventare noioso. Eppure, il primo ha dieci volte gli iscritti del secondo. Oltre tre milioni contro poco meno di trecentomila. E non parliamo di una differenza di contenuti o di target come quella che può esserci tra un fumetto di Topolino e un saggio di Kant, parliamo di due rubriche dalla durata simile che tutti possono seguire senza incontrare alcuna difficoltà di comprensione.
Altro esempio? Ci ho scritto il mio brano precedente: il confronto di venerdì sera su La7. Ospiti da Mentana, Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky per discutere della riforma costituzionale. Il capo del Governo e il più grande giurista italiano vivente, l’uno di fronte all’altro per parlare di un referendum popolare che segnerà le sorti del Paese per i prossimi decenni. Ieri son usciti i dati Auditel che hanno sancito l’enorme successo di questo confronto: con l’otto per cento di share. Chi era il diretto rivale? Tale e quale show, che, un po’ sottotono, ha fatto il ventidue. Otto contro ventidue. E quell’otto viene considerato un miracolo. Ripeto: si trattava di un confronto unico e fondamentale, in contrapposizione ad una trasmissione che va in onda, sempre uguale, tutte le settimane da anni. Eppure, quest’ultima è stata vista dal triplo delle persone.
Quando porto esempi di questo tipo, la risposta che mi viene fornita è sempre la stessa: eh, vabbè, non puoi basarti su queste cose; la vita è già un casino, quando uno si mette davanti alla tv magari vuole rilassarsi e staccare il cervello. Ok, tralasciamo che fra due mesi saremo tutti chiamati ad una consultazione importantissima sulla quale sarebbe il caso di informarsi a dovere per non fare una figura barbina come quella degli inglesi qualche mese fa… e diamo per buona l’obiezione di cui sopra.
Ma il lassismo di cui parlo è evidente in qualunque aspetto della vita. Fateci caso: cosa accade quando incontrate qualcuno? Stretta di mano o baci sulla guancia e frase di rito “Ehiii! Come stai?” buttata lì senza neppure ascoltare la risposta. E guai se provi a replicare in un modo che non sia “Tutto bene! E tu?”. Nel migliore dei casi, qualsiasi cosa ti esca dalla bocca non verrà ascoltata. Nel peggiore, verrai guardato come il più grande rompicoglioni nella storia dell’umanità.
Altro esempio, e poi mi fermo. Ieri conversavo su WhatsApp con una cara amica. Mi chiede “ma come mai non esci il sabato sera?”. Eh. Tanto per cominciare, ho sempre odiato il caos. E, di sabato, c’è ovunque. Ma, al di là di questo, essenzialmente non esco perché non ho comitive con le quali farlo. E perché non le ho? Perché non mi piace la filosofia che ne è alla base. Un mucchio di gente che sta insieme per comodità, per razionare i posti in auto, andare a far casino in qualche locale e stop. Finché stai bene, siete tutti migliori amici, un paradiso. Ma prova ad avere una serata storta. Ammesso che qualcuno si preoccupi di chiederti cos’hai, dalla volta dopo verrai comunque additato come il pesantone che rovina la serata a tutti. E trattato di conseguenza.
In breve, c’è sempre e in ogni ambito la tendenza a rifuggire le complicazioni. La maggior parte di voi, di noi, si sfinisce di pianti di fronte ad un film strappalacrime nel quale il protagonista affronta ogni avversità; pubblica su Facebook aforismi degni dei più grandi pensatori classici; pubblicamente si atteggia a filosofo e filantropo. E’ come se volesse dare un’immagine di sé come di una persona profonda, altruista, generosa. Quando poi, in concreto, se ne frega di tutto e tutti e agisce solo per il proprio interesse, cercando conforto quando ne ha bisogno e calpestando il prossimo quando il momento gli è, invece, propizio.
Perciò, in chiusura, ripeto la domanda posta all’inizio: perché accade questo? Perché volete che tutto sia sempre semplice e immediato? Perché ogni minima difficoltà vi fa scappare come gazzelle da un branco di leoni? Cosa c’è che vi terrorizza nell’accendere il cervello di tanto in tanto?
Avete i commenti qui sotto, le e-mail, Skype… insomma, fatevi sentire. Magari, dopo trent’anni, riesco a trovare una risposta a questo quesito apparentemente insolubile.

Parte 6: iprimipassi, usa Specchiovelo!
No, non voglio parlarvi di Pokémon Go. Ma, se proprio qualcuno tiene a saperlo, ho giocato ogni singola cartuccia dei mostricciatoli fin da Rosso e Verde, e trovo che la versione offerta da Niantec faccia pena.
Detto ciò, perché il titolo di questo pelo è dedicato alla mossa simbolo di Wobbuffet?
Be’, perché trovo sia un’ottima metafora del concetto che voglio esprimere.
Breve spiegazione per chi fosse a secco di nozioni sull’universo del gioco giapponese: Specchiovelo è una mossa che permette all’utilizzatore che incassa un attacco speciale di infliggere all’avversario il doppio del danno infertogli.
Io sono arrivato alla conclusione di essere un ottimo incassatore. E si che ce n’è di gente che mi ha ferito nel corso degli anni. E ce ne sarà anche in futuro, dato che sono un idiota che tende a prendere per buone le affermazioni altrui fino a prova contraria. Ti spacci per una persona sensibile, profonda, altruista? Ti credo, perché non dovrei. E mi comporto con te sulla base di queste premesse.
Salvo poi scoprire che, in realtà, sei solo un approfittatore, ipocrita e superficiale. E restarci male, anche molto. Perché, in fondo, sarò anche un misantropo asociale, ma credo ci sia del buono al mondo. E, scoprire che un frammento che credevo tale è in realtà marcio, mi fa soffrire.
Ma, col tempo, ho imparato ad affrontare questo tipo di batoste, a uscirne magari turbato ma non a pezzi.
In passato non era così. Dopo una delusione, per quanto palese, non mi davo pace. Chiedevo una spiegazione, insistevo, volevo un finale chiaro e definitivo di qualsiasi cosa fosse avviata a concludersi.
Poi ho capito che i finali non sono sempre univoci e cristallini, che le spiegazioni è inutile pretenderle, che se qualcuno vuole dartene lo farà da sé. Altrimenti, se non ti dai per vinto, non farà altro che seppellirti con una montagna di spudorate menzogne, inutili frasi fatte e insipide pillole indorate. Non sempre chi esce chiude la porta e, quando non lo fa, è del tutto inutile chiederglielo. Sta a noi stessi attivarci per sbattergliela sul muso.
In passato ero malleabile. Ora non più. Mi ferisci? Ricambio col doppio della forza. Tanto forte da catapultarti il più lontano possibile da me, fuori dalla mia vita. Oltre quella porta che, una volta chiusa, non verrà riaperta mai più. Se sei davvero importante, e se penso che quel tuo colpo possa esser stato involontario, o in buona fede, o un malinteso, allora potrei anche optare per una seconda possibilità. Ma è un’evenienza rara. Ed è davvero l’ultima spiaggia, per chiunque.
Ho imparato a usare anch’io Specchiovelo. So farlo piuttosto bene, ormai. E questa, nonostante i miei tanti difetti e il mio carattere di merda, è una delle cose che mi rendono orgoglioso di me stesso.
Forza, allora, avanti il prossimo.

11910cookie-checkPeli superflui

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scopertaeros69
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caruccio…Trump però ha vinto ….:D

Clara
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Clara

Stai parlando di te? No, perché complimenti per come svrivi, ma sei un filo noioso. 😓