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Prima notte di una puttana (versione censurata)

Parte 1 di 2
Il furgoncino bianco che le aveva portate fin lì si allontanava rapidamente, divenendo sempre più piccolo sino a scomparire oltre l’orizzonte. Il sole iniziava a calare, celandosi dietro gli alberi della sterminata campagna circostante, e Briana fissava con sguardo vacuo il cielo al tramonto, tinto d’arancione. Sarebbe stato uno spettacolo bellissimo, pensò, se non avesse dovuto assistervi con la morte nel cuore.
«Ehi, vieni a darmi una mano a sistemare!», le intimò una voce autoritaria alle sue spalle.
Si voltò e si diresse, tenendo lo sguardo basso, verso quella donna volgare ed appariscente di nome Gratiela. Briana la trovava rivoltante, ma i camionisti in transito sulla statale non dovevano pensarla allo stesso modo, dato che lei era tra le più redditizie prostitute al servizio di Alfredo.
Di per sé era anche una bella donna. Sulla quarantina, con una folta chioma bionda su un corpo tonico e abbronzato. Ciò che, però, Briana non riusciva a comprendere era il suo atteggiamento. Lavorava sulla strada da vent’anni e, per come ne parlava, l’aver a che fare con clienti e papponi sembrava addirittura piacerle. La sua lealtà nei confronti di Alfredo e la sua lunga esperienza erano tali da averne ormai fatto una sorta di suo braccio destro: l’uomo le affidava le novizie più problematiche per insegnargli il mestiere e per vegliare su di loro fin quando non si fossero rese autonome e non avessero acquisito la pratica necessaria ad evitare i rischi. Briana era una di queste, al suo primo giorno di lavoro.
Le due posizionarono altrettante sedie in prossimità della strada e poi andarono a raccogliere assi di legno, rami secchi e qualsiasi altra cosa con cui avrebbero potuto accendere un falò quando il buio della notte le avrebbe inghiottite e se il freddo avesse intirizzito i loro corpi.
Non passò neanche mezz’ora, che Briana avvertì accostare dietro di sé un grosso camion. “Ecco, ci siamo”, pensò. Si voltò di scatto e vide un rozzo conducente sporgersi dal finestrino del lato passeggero ed emettere un sonoro fischio di ammirazione. Il cuore le batteva in petto come un tamburo. La sua collega si voltò e si avvicinò al camion. L’uomo ruppe il silenzio, rivolgendo alla donna pesanti appellativi, e chiedendole come mai si fosse assentata per più di qualche giorno. «Amore! Da quanto tempo! Non ho lavorato in questa settimana, ho avuto da fare con la nuova», replicò lei, facendo un cenno verso Briana, «Ma se vuoi mi faccio perdonare subito», concluse civettuola. «Spiacente tesoro, oggi vado di fretta, sono già in ritardo». Gratiela parve non ascoltarlo, aprì lo sportello del camion e si infilò sul sedile del passeggero, portando le sue mani ad accarezzare il corpo del camionista. «Sicuro? Neanche un… lavoretto veloce?», gli chiese ammiccante. Sul volto dell’uomo comparve un ghigno che tradì la sua volontà di cedere a quella proposta. Briana era rimasta immobile per tutto il tempo, combattuta tra la repulsione verso quegli approcci e il sollievo per non esserne la protagonista. Per ora, l’inizio della sua carriera pareva non essere ancora giunto.
Vide il camionista scendere dall’automezzo infilandosi le chiavi nel taschino della camicia e recarsi dietro un grosso albero assieme a Gratiela, mentre le impastava vigorosamente il sedere. «Tu, sta’ attenta al mio camion», le intimò l’uomo. “Bene”, pensò Briana con sollievo, “Almeno non dovrò assistere”.
Dopo solo pochi minuti, i due rientrarono nel campo visivo della ragazza, che poté notare un fugace scambio di banconote e il volto dell’uomo, sul quale era dipinta una disgustosa espressione di rilassata soddisfazione. Passandole accanto, il camionista la fissò per un istante ma, quando tentò di abbrancarla, Briana riuscì a scansarsi, impedendo il contatto con le sue mani. Gratiela la fissò con aria di rimprovero, ma fu l’uomo a sdrammatizzare, ridendo sonoramente e aggiungendo, mentre continuava a camminare verso il mezzo: «Fa la preziosa la signorina. Tra un paio di giorni torno da queste parti, non prendere impegni!». Briana si sentì umiliata e impotente, ma cercò di non scoppiare in lacrime per mantenere un minimo di dignità.
Il volto severo di Gratiela parve addolcirsi e, quando il camion fu ripartito, le si avvicinò e le sussurrò: «Non prendertela, molti sono volgari ma non cattivi». Briana si allontanò senza replicare, schifata dall’intenso odore che permeava l’alito della sua collega.
Il tempo sembrava non passare mai quella sera. Il sole era ormai scomparso e il traffico sull’arteria stradale diminuito molto. Briana calcolò che passasse un mezzo ogni trenta o quaranta secondi e, ogni volta che sentiva un motore in lontananza, il suo respiro si arrestava e il suo cuore iniziava a battere più forte, per regolarizzarsi solo una volta resasi conto che il veicolo in transito non si sarebbe arrestato al loro cospetto. Dopo tanti spaventi, però, i suoi timori presero forma, identificandosi in una grossa auto scura che rallentò e si fermò davanti a loro. Il vetro si abbassò, e Briana e Gratiela poterono vedere il volto di un uomo sulla cinquantina dall’aspetto anonimo che le fissava. La donna si avvicinò di qualche passo. «Che desideri tesoro?». Gli occhi dell’uomo saltarono rapidamente dall’una all’altra. Briana teneva lo sguardo fisso al terreno e le mani giunte, come se pregasse di cavarsela nuovamente. Il sangue le si gelò nelle vene quando sentì lo sconosciuto pronunciare le sue prime parole. «Entrambe». Gratiela lo guardò con sospetto. Lui parve interpretare i suoi dubbi quando aggiunse: «I soldi non sono un problema».
L’uomo accostatosi non aveva apparentemente nulla di inquietante. Era un cinquantenne abbastanza giovanile, con qualche chiazza bianca tra la folta chioma scura e un viso normale, somigliante a mille altri. L’unico tratto distintivo erano gli occhi. Di un grigio-azzurro quasi innaturale. Profondi, chiarissimi, volutamente inespressivi. Gratiela avvertì un brivido lungo la schiena nel sentirsi scrutata da lui, una sensazione che non le permetteva di essere del tutto tranquilla. “Si nasconde qualcosa dietro quegli occhi. Qualcosa che non mi piace. Tuttavia”, pensò, “gli affari sono affari, e il tipo non è neanche male, alla fine”. Confortata da questi pensieri si avviò verso l’auto, toccando con una mano la schiena di Briana per indurla a fare lo stesso.
Mentre le due si avvicinavano, l’uomo guardò attentamente la più giovane, poi le chiese: «Sicura di essere maggiorenne? Mi sembri piccola». In sua vece si affrettò a rispondere Gratiela: «Tranquillo amore, ha compiuto diciott’anni da qualche mese». In effetti, Briana aveva una parvenza adolescenziale. La statura ridotta, un volto che pareva di porcellana tanto era bianco e luminoso, i lunghi capelli corvini e la totale assenza di trucco le conferivano l’aspetto di una ragazzina, facendole dimostrare tre o quattro anni in meno di quelli che realmente aveva. «Sei molto bella», aggiunse lui, in tono stranamente educato. Ancora una volta fu Gratiela a prendere la parola: «E tu sei molto fortunato, visto che sarai il suo primo cliente. Oggi è il suo primo giorno di lavoro».
Briana non aveva neanche guardato negli occhi il conducente dell’autovettura. Teneva lo sguardo basso e avanzava con passo lento ed incerto verso il mezzo. Neppure l’apparente gentilezza di quello che sarebbe stato il suo primo cliente riusciva a tranquillizzarla. Considerava ripugnante Gratiela per quello che era il suo stile di vita, e rabbrividiva al solo pensiero di potersi ridurre come lei. “Per un inganno. Mi trovo qui per un inganno. E io sono stata una stupida”, furono le unici pensieri che riuscì ad articolare, mentre si sforzava di trattenere le lacrime.
Giunte in prossimità dell’auto, Gratiela aprì lo sportello posteriore spingendo dentro Briana, delicatamente ma con decisione. Poi, prese posto accanto al conducente. «Dove andiamo?», chiese l’uomo. «Prosegui sulla strada sterrata, più avanti c’è una casupola abbandonata mezza crollata. Lì dietro non ci disturberà nessuno», rispose Gratiela. L’uomo seguì le sue indicazioni, valutando che la destinazione fosse a non più di un centinaio di metri da loro.
Intanto, sul sedile posteriore, Briana aveva preso a tremare come una foglia. Non aveva ancora detto una sola parola. «Come ti chiami?», chiese lo sconosciuto, scrutandola dallo specchietto retrovisore. «Briana», rispose lei, con un filo di voce. «Io mi chiamo Filippo. Da dove vieni?». «Romania. Botosani», replicò la ragazza. «Di poche parole, eh?», incalzò il cliente. Briana non rispose a questa sottile provocazione, si limitò a sospirare in maniera evidente ed inequivocabile. «Non farci caso, è solo un po’ tesa», sdrammatizzò Gratiela, «Vedrai che si scioglierà presto».
«Ecco, siamo arrivati», disse l’uomo, dopo qualche secondo di silenzio. «Cosa vuoi fare?», chiese Gratiela, affrettando i tempi. L’uomo la turbava, e desiderava che la loro transazione terminasse quanto prima. Lui la guardò, poi espresse le sue volontà. «Tanto per cominciare, potresti fare un piccolo spogliarello alla luce dei fanali». «Te la prendi comoda, eh? Va bene amore. Briana, scendi anche tu, su», le disse la donna, smontando dall’auto. Briana sembrava paralizzata. Sapeva di dover obbedire per evitare guai, eppure il suo corpo non voleva rispondere agli stimoli inviati dal cervello. Il cliente parve accorrere in suo aiuto quando, rivolgendosi a Gratiela, disse: «Dalle tempo. E’ la sua prima volta. Inizia tu». Così dicendo, accese l’autoradio e inserì una pendrive nella porta USB della stessa. Le prime note di una lenta bachata si diffusero nell’aria.
Gratiela si portò qualche metro oltre il cofano anteriore, iniziando a muovere il bacino in una danza sensuale, mentre con le braccia si sollevava i capelli. Lentamente si sfiorò l’addome e i fianchi, facendo risalire il tessuto del top rosa shocking che indossava. Non staccava gli occhi un solo istante dall’uomo che la fissava attraverso il parabrezza. Dopo qualche secondo, iniziò a sfilare i vestiti uno dopo l’altro, con grazia degna di una professionista dei migliori club privè. Filippo la fissava impassibile, col suo sguardo imperscrutabile. Stringendo appena gli occhi, Gratiela riuscì a scorgere nell’abitacolo Briana. Anche lei la stava osservando. “Bene”, pensò, “E’ una bella ragazza, ma ha la sensualità di una carota lessa. Almeno così imparerà qualcosa, spero!”.
Quando il suo corpo fu completamente esposto agli occhi dei suoi due spettatori, Filippo le chiese di continuare a danzare, usando un arbusto poco più in là come improvvisato palo da lap dance.
Gratiela non se lo fece ripetere due volte. Appena l’uomo selezionò sulla sua pendrive un brano più ritmato ed adatto allo scopo, lei si lasciò travolgere dal ritmo, allontandosi di qualche altro metro dall’auto e abbandonandosi ad un’esibizione sensuale e coinvolgente.
Filippo la scrutava senza muovere un muscolo e senza mutare la sua espressione. Aspettava solo che la donna si sentisse al sicuro, che si concedesse un momento di distrazione. Cosa che avvenne quando Gratiela chiuse gli occhi, piroettando attorno al sottile tronco che la sosteneva.
“Adesso!”, pensò. Accese il motore, con una sgommata fece una rapida inversione e partì a tutto gas, dirigendosi verso la statale.
Briana ebbe uno scatto, per la prima volta la sua voce risuonò alta nell’abitacolo: «Che succede?». L’uomo non parlò.
Gratiela, dopo un attimo di stordimento, tentò di lanciarsi all’inseguimento dell’auto, ma questa era ormai troppo lontana. Esterrefatta, non poté far altro che guardare la luce dei fanali posteriori farsi via via più flebile.
L’uomo la osservò dallo specchietto retrovisore. Per la prima volta accennò un ghigno di soddisfazione scorgendo la collega della sua passeggera nuda e impotente a decine di metri da loro.
«Attento!», urlò Briana con tutto il fiato che aveva in gola.
Un’auto scura come la notte si era frapposta tra la loro vettura e la statale, ostruendo il passaggio. Filippo la vide all’ultimo momento e inchiodò, riuscendo ad evitare l’impatto per una manciata di centimetri.
Un uomo sulla trentina, alto, bruno e bello come il sole, ne discese, tenendo la pistola puntata verso il cranio del cliente delle due prostitute.
Più lontano, Gratiela si rivestì alla meglio e accorse nella loro direzione.
«Fermo, polizia! Scendi dall’auto con le mani in alto!».
Per la prima volta, Briana sentiva di voler piangere per la gioia. Forse sarebbe uscita da quell’incubo. Saltò fuori dalla vettura anche lei e si diresse a passo spedito verso l’agente in borghese, seguita da Gratiela.
«Voi due, montate sul sedile posteriore», intimò il poliziotto. Briana e Gratiela eseguirono all’istante. Dopodiché l’ultimo arrivato si avvicinò a Filippo, sferrandogli un forte calcio nello stomaco e mandandolo al tappeto, rantolante.
Fatto questo, saltò in auto anche lui e imboccò la statale a gran velocità. Briana emise un sospiro di sollievo.
Filippo non poté far altro che battere forte un pugno per terra prima di rialzarsi. “Non finisce qui”, pensò, “Ci rivedremo Briana, te lo assicuro”.
«Va bene. Fra trenta minuti. Al posto concordato», furono le uniche parole di una breve telefonata fatta dal poliziotto prima di riporre il cellulare e rivolgersi alle due arrestate: «Per chi lavorate?», chiese perentorio. «Non sono affari tuoi», rispose assertiva Gratiela. «Coraggiosa. Chissà se continuerai ad esserlo anche in centrale».
Briana rimase interdetta, guardando lo sguardo della sua collega, imperturbabile nonostante la velata minaccia dell’agente che le scortava verso la più vicina stazione di Polizia. “Sembra calmissima”, pensò la ragazza. “Naturale, se fa questo lavoro da vent’anni, chissà quante volte avrà vissuto situazioni simili”, concluse.
Il flusso dei suoi pensieri venne poi interrotto dalla voce imponente del bell’uomo che guidava l’auto. «E tu, ragazzina? Niente da dire?». Briana guardò Gratiela con sguardo pensieroso, dopodiché decise di giocare le sue carte e confessò apertamente la sua esperienza. L’ansia che la attanagliava la fece parlare in maniera rapida e talvolta confusa. «Io vengo dalla Romania. Mi ha portato in Italia un certo Alfredo. Non conosco il suo cognome, ma posso descriverlo. Io non volevo lavorare per strada, mi ha costretto». Poi scoppiò a piangere e, tra le lacrime, concluse: «La prego, mi aiuti. Voglio tornare dalla mia famiglia».
Gratiela guardò fuori dal finestrino, malcelando la sua collera nei confronti della ragazzina piagnucolosa al suo fianco.
Il poliziotto si voltò appena, per guardare Briana con la coda dell’occhio. «Alfredo, eh? Cos’altro sai di lui?». La ragazza, asciugandosi le lacrime con il braccio, prese coraggio e continuò: «Non molto. Avrà quarant’anni o poco più. Ha i capelli biondi, gli occhi castani, è abbastanza alto e robusto, ma non troppo». «E’ già qualcosa».
Al termine del breve interrogatorio, l’auto svoltò per una stradina secondaria e si fermò in una piccola radura. Non v’era granché, solo qualche albero in ordine sparso, quello che sembrava essere parte del muro maestro di un’abitazione crollata e, poco distante, un pozzo ormai murato.
«Dove siamo?», chiese Briana. Il poliziotto si voltò verso di lei e, con occhi crudeli, le disse: «In un posto dove ti farò passare la voglia di fare la spia». A queste parole, Briana si voltò verso Gratiela, scorgendo nel suo volto, che ancora fissava fuori dal finestrino, una smorfia che pareva un amaro sorriso.
«Ma… come… non sei un poliziotto allora». «E tu non sei molto sveglia. Quanti poliziotti hai visto picchiare un reo e lasciarlo sul posto senza arrestarlo?». “Accidenti, è vero!”, pensò Briana, mentre i particolari dello scontro precedente riaffioravano nella sua mente dalla nebbia della concitazione. «E allora… chi sei?». Gratiela prese la parola: «E’ uno dei nostri. Alfredo, spesso, mette alla prova le nuove di cui non si fida. E tu, mia cara, non hai superato l’esame». Briana era terrorizzata: «Ora cosa mi farete?». Il finto poliziotto le diede una risposta che le fece gelare il sangue nelle vene: «Ti metteremo sottoterra, come si conviene alle talpe».
Nell’udire queste parole, Briana si catapultò fuori dall’auto per scappare, inseguita da Gratiela e dal finto poliziotto. L’uomo arrestò la sua corsa dopo pochi metri, tirando fuori la pistola e puntandogliela contro. «Fermati, o ti ammazzo subito!». La ragazza si bloccò all’istante. I due le si avvicinarono, e il finto poliziotto le diede un manrovescio da farla finire per terra. Dolorante, Briana si sfiorò la guancia colpita. «Dario! Vacci piano!», gli intimò Gratiela, «Non puoi toccarla prima che arrivi Alfredo, lo sai. Resisti, tra pochi minuti sarà qui». L’uomo, con un gesto di stizza misto a rabbia repressa, colpì con un forte pugno la sua stessa coscia, avvertendo una lieve fitta di dolore, poi guardò nuovamente Briana. Si chinò su di lei e con un ghigno le disse: «E’ vero, non posso dartele come meriteresti. Per adesso. Ma posso divertirmi in un altro modo».
Quell’uomo disgustava profondamente la ragazza. Nonostante il suo aspetto angelico e il suo essere decisamente di bell’aspetto, un carattere crudele e meschino lo rendeva ripugnante ai suoi occhi. Tuttavia, era più forte di lei. E armato. Briana non ebbe, pertanto, modo di ribellarsi ai voleri del suo aguzzino e, in ginocchio, fu costretta a soddisfare le sue pretese e sottostare alla violenza dimostrata anche nel metterle in atto.
O, almeno, questo fu quello che volle lasciar credere ai presenti. In realtà, aspettava solo il momento giusto per agire. Momento che si concretizzò quando Dario chiuse gli occhi, intontito dal piacere che montava dentro di sé.
In quell’istante, la ragazza serrò la mascella, stringendo i denti il più possibile, fino ad avvertire rivoli di sangue fluire nella sua bocca. Dario lanciò un urlo agghiacciante mentre tentava invano di liberarsi. A farlo fu Gratiela qualche secondo più tardi, strattonando la ragazza per i capelli e costringendola, per il dolore, a mollare la presa.
L’uomo di accasciò sul terreno. Briana, sfruttando l’adrenalina in circolo, si alzò e tentò di fuggire. Per riuscirci, dovette spintonare Gratiela, che cadde all’indietro sbattendo violentemente il cranio contro il paraurti dell’auto e perdendo i sensi.
Briana cominciò a correre, senza voltarsi. Doveva arrivare il prima possibile alla statale. Lì avrebbe avuto qualche occasione di essere soccorsa. Nel silenzio della notte, avvertì dietro di sé i passi rapidi e pesanti di Dario. L’impostore si era alzato e la stava inseguendo. Nonostante fosse sotto choc, era più alto e ben più allenato di lei, presto l’avrebbe raggiunta.
A Briana parve di vedere, con la coda dell’occhio, la sagoma di un’auto scura posteggiata tra gli alberi, a qualche decina di metri alla sua destra. Virò e si diresse verso la stessa. Non sapeva di chi fosse e cosa vi avrebbe trovato, ma la considerò la sua unica possibilità di scamparla.
Iniziò a correre, zigzagando tra gli alberi. Dario le era ormai quasi addosso. La ragazza riusciva distintamente a sentire tutte le minacce e gli improperi che lui le rivolgeva.
Preso dalla foga, il finto poliziotto non notò i due occhi di ghiaccio che lo scrutavano qualche metro più avanti nella sua direzione. E si accorse troppo tardi della trave di legno che si frappose tra il suo volto e la figura di Briana mentre correva all’impazzata. Il dolore che avvertì fu lancinante, gli sembrava che il suo naso volesse rientrare nel cranio. Fu un secondo che gli sembrò eterno, poi stramazzò al suolo e tutto, per lui, divenne nero.
Briana, avvertito il tonfo, si voltò. Vide Dario lungo disteso per terra e si fermò, arrancando.
Da dietro un albero spuntò Filippo, con uno sguardo più preoccupato che cattivo. «Vieni con me, non abbiamo molto tempo», le intimò. Lei era combattuta. Filippo l’aveva salvata, ma non aveva dimenticato quanto sia lei che Gratiela si sentissero inquiete in sua presenza. Poteva fidarsi?
L’uomo l’afferrò delicatamente per un braccio, il suo sguardo si fece quasi implorante. «Sali in macchina, dobbiamo allontanarci subito da qui. Ti spiegherò tutto, te lo prometto». Briana lo fissò per un istante. Quella sera aveva già subito molte delusioni. Ma aveva bisogno di un’ancora di salvezza, non poteva farcela da sola. Decise di seguire il suo istinto e fidarsi di Filippo.

Parte 2 di 2
Dopo qualche secondo, i due salirono in auto e ripartirono. Passarono sul luogo del misfatto di pochi minuti prima, dove Gratiela si stava riprendendo dalla brutta caduta. I due le sfrecciarono accanto, in un istante la oltrepassarono. Lei e Filippo si fissarono per un momento. Uno sguardo fugace, ma abbastanza intenso da risvegliare i ricordi della donna. «Ma certo», bisbigliò tra sé e sé, «Gwenda». Restò appoggiata all’auto di Dario, guardando la vettura di Filippo allontanarsi a gran velocità e scomparire nella notte.
«Così sei rumena, eh? Come mai sei venuta in Italia?». Allontanatisi dalle tetre campagne circostanti la statale e imboccato un più rassicurante e ben illuminato tratto di strada, l’adrenalina in circolo nel corpo di Briana iniziava a scemare, facendo subentrare un piacevole stato di torpore. La luna, alta nel cielo, contribuiva a dare quel tocco di calma e intimità sufficienti ad intavolare un dialogo con il suo salvatore Filippo. «Lavoravo in un call center a Botosani, era un inbound per clienti italiani. A dire il vero, avevo iniziato da meno di tre mesi. Orari massacranti e paga da schifo ma, perlomeno, riuscivo ad avere la mia indipendenza». «Capisco. E poi?». «Poi ho conosciuto Alfredo, per puro caso. E’ un amico del proprietario del call center, e ogni tanto veniva a trovarlo lì». Filippo restò in silenzio, in attesa del seguito, continuando a guidare a velocità piuttosto sostenuta. «Iniziò a ronzarmi attorno. Mi faceva complimenti, era sempre carino. Poi, una sera, mi invitò fuori. Ha almeno vent’anni più di me e non è bellissimo, ma era così gentile che mi convinsi ad accettare. Iniziò a corteggiarmi. Sai, fiori, cene, regali. Finché, dopo qualche settimana, mi disse che sarebbe dovuto tornare in Italia e mi chiese di andare con lui, promettendomi che mi avrebbe dato un lavoro nella sua azienda e che, così, saremmo potuti stare insieme. Invece, poi…». Briana si era bloccata. Poco prima, Filippo aveva avvertito un cambio di tono nella sua voce, come se la ragazza fosse sul punto di scoppiare in lacrime. «Invece, poi, arrivati in Italia, ti ha costretta a fare quello che stavi facendo prima». Briana annuì con un cenno del capo. «E’ sempre stato un verme. Illude povere ragazze e, quando sono indifese e vulnerabili, le sbatte sulla strada», continuò lui. La ragazza si voltò verso Filippo, notando il suo sguardo sofferente e incattivito nel parlare di quell’uomo malvagio. «E’ sempre stato, hai detto. Cioè, lo conosci da molto?». Filippo serrò la mascella ed inspirò rumorosamente. «Avevi promesso di spiegarmi come stavano le cose», aggiunse.
Filippo, convintosi, prese a parlare: «Io non mi chiamo Filippo. Mi chiamo Felipe. Vengo dal Brasile anche se, ormai, vivo in Italia da quasi vent’anni. Avevo una figlia, Gwenda, e una moglie, Gilda, che morì per un cancro quando la nostra bambina aveva solo pochi anni. Ho dovuto crescerla da solo, tra mille difficoltà. Più cresceva e più somigliava a sua madre. Da un lato era straziante, perché così avvertivo ancora di più la mancanza di mia moglie. D’altro canto, però, il pensiero che Gilda continuasse a vivere in nostra figlia, mi dava la forza di andare avanti». Briana era commossa. Finalmente un po’ di umanità in quella notte carica solo di odio e violenza. «Poi, dieci anni fa, quel bastardo di Alfredo me l’ha portata via». «Lavora ancora per lui?», chiese Briana, incuriosita. «No, è morta anche lei». «L’ha uccisa?». Briana era sconvolta. «No. Non direttamente almeno. Ma è morta a causa sua».
Nell’auto calò il silenzio per diversi minuti. Felipe sembrava chiuso nel suo dolore, guardava fisso davanti a sé ma, più che sulla strada, i suoi pensieri sembravano concentrati su un altro mondo. Briana non aveva il coraggio di ribattere o chiedere ulteriori dettagli, atterrita dal triste passato dell’uomo. Poi parlò. «Perché hai voluto salvarmi?». Felipe la guardò per un momento. «Perché hai i suoi stessi occhi. Lo stesso sguardo ingenuo ed innocente. Non ho potuto salvare lei. Volevo riscattarmi. E tu me la ricordi così tanto». «Capisco. Ma dove stiamo andando?», aggiunse. «Qui non sarai mai al sicuro, devi tornare a casa. Ti accompagno in aeroporto. Ho un regalo per te nel cruscotto, un biglietto per Bucarest. C’è anche un passaporto finto per farti superare il check-in, so che Alfredo fa sparire i documenti delle sue ragazze». Gli occhi di Briana si riempirono di lacrime leggendo quei pezzi di carta che aveva preso tra le mani. Il suo sguardo lasciava trasparire riconoscenza. «Davvero?», riuscì a dire, singhiozzando. «Non so come ringraziarti!». «Mi basta che tu sia in salvo. E felice».
Intanto, avevano imboccato un tratto di strada immerso nel verde, un lungo ponte a senso unico e a due corsie, sospeso su una vallata. Di giorno sarebbe stato uno spettacolo da togliere il fiato, pensò Briana. “Ma di notte è inquietante”.
Felipe notò un’auto dietro di loro. Provò ad accelerare, poi a ridurre la velocità. L’auto alle loro spalle fece lo stesso, restando alla medesima distanza. L’uomo si insospettì, Briana non tardò ad accorgersi del suo stato d’animo. «Che succede?». «Credo ci stiano seguendo». «Come? Chi?». «Non lo so. Ma spero di sbagliarmi. Qui non avremmo possibilità di cavarcela, non ci sono uscite né deviazioni».
Ben presto, i timori di Felipe si dimostrarono fondati. L’auto iniziò ad avvicinarsi sempre più a loro. Briana, guardando dallo specchietto retrovisore, si rese conto di non conoscere il guidatore. Notò, però, sul sedile del passeggero un uomo con una vistosa fasciatura attorno al volto. Nonostante oltre la metà del viso fosse coperta, non poteva dimenticare quell’espressione truce. «Dario! Sono gli uomini di Alfredo, ci stanno inseguendo!». «Già». «Corri, dobbiamo seminarli!». Felipe replicò in tono rassegnato: «Non ce la faremmo mai. La loro auto è molto più veloce della mia. Per quanto possa accelerare, ci riprenderebbero subito». «Ma come ci hanno trovati?». «Questa zona, purtroppo, è il quartier generale di Alfredo, ha occhi ovunque. Ma è un percorso obbligato per arrivare in aeroporto. Ancora una mezz’ora e saremmo stati in salvo, dannazione».
L’auto ormai gli era quasi addosso. Dalle manovre, Felipe intuì le loro intenzioni, volevano sorpassarli e bloccargli la strada. Dopodiché, dio solo sa cosa avrebbero potuto fare ad entrambi. Conosceva i loro metodi, e non si trattava certo di uomini molto diplomatici o compassionevoli. Sicuramente avrebbero ucciso sia lui che Briana. Provò ad accelerare a tavoletta ma, come temeva, si rese immediatamente conto che si trattava di un espediente del tutto inutile.
L’auto con i due scagnozzi imboccò la corsia di sorpasso. Alle loro spalle due grossi fari, presumibilmente di un SUV, si avvicinavano sempre più a gran velocità. «L’auto di Alfredo», disse Felipe, «Siamo spacciati».
La vettura con a bordo Dario era, ormai, sul loro fianco sinistro. Il SUV li raggiunse in pochi istanti, occupando la corsia d’emergenza alla loro destra.
Il vetro oscurato iniziò ad abbassarsi e Briana si sorprese vedendo il volto di Gratiela spuntare dall’abitacolo. «Ancora tu?», disse Felipe in tono astioso. Gratiela lo ignorò. «Ciao Briana». La ragazza la guardò, senza replicare. Gratiela aveva come sempre un’aria tranquilla, come se stesse vivendo la situazione più normale del mondo. Briana, per certi versi, invidiava la sua freddezza. «Ascoltami bene», disse, rivolgendosi a Felipe, «Quando te lo dico io, inchioda!». «Cosa?». «Fai come ti dico, se non ci liberiamo di Dario e Carmine, vi faranno fare una brutta fine». Intervenne Briana: «Tu vuoi aiutarci?». «Voglio aiutare te, non lui». «E perché?». «Sei troppo buona per vivere in questa merda. Solo ora l’ho capito». «Perché dovremmo fidarci?», chiese Felipe. «Quali alternative avete?».
La valida obiezione di Gratiela indusse Felipe e Briana a non replicare. La donna si rivolse ancora alla sua collega, mimando con le labbra qualcosa che la ragazza imputò, in generale, alla difficile emergenza che stavano affrontando: «Sta’ attenta». Poi alzò il tono della voce, per farsi sentire da Felipe: «Ora!». Lui inchiodò come concordato. L’auto di Dario e Carmine continuò a procedere a gran velocità e Gratiela virò immediatamente verso di loro. Lo scontro fu devastante, il SUV impattò sul fianco della vettura degli scagnozzi lanciandola contro il guard rail, che non riuscì a contenerla. Le lamiere della barriera stradale si ruppero e l’auto precipitò nel vuoto della vallata. Si sentì un tonfo che risuonò assordante. Gratiela riuscì a fermare il SUV proprio sul bordo del precipizio, guardò Briana e le urlò: «Scendi di lì ora!».
La ragazza non ebbe il tempo di chiedere spiegazioni. Felipe ripartì. Nel transitare accanto al SUV lo spinse quel tanto che bastava per far precipitare anch’esso nel dirupo. A Briana non restò che guardare il volto terrorizzato di Gratiela mentre l’auto, in pochi istanti, si inclinò irrimediabilmente e sprofondò nell’abisso.
«Che cosa hai fatto!», urlò, isterica, nei confronti di Felipe. «Ci aveva salvati!». Lui replicò gelido: «Ti saresti fidata? Era la cocca di Alfredo». «Ma gli aveva preso l’auto, e ha ucciso le sue guardie per salvarci!».
Felipe non rispose. La sua auto prese a sfrecciare a gran velocità in direzione dell’aeroporto. Briana era sotto choc, incapace di reagire e di elaborare i pensieri.
L’uomo, dopo alcuni istanti, prese a piangere e a parlare. «Era la mia bambina. La spiavo quando lavorava, aspettando il momento giusto per salvarla. L’ho vista andare con un sacco di uomini, vecchi, ragazzini, chiunque avesse qualche Euro in tasca poteva far di lei ciò che voleva. Quegli schifosi la costringevano a fare di tutto, era un dolore insopportabile». Briana era sconvolta dalle parole di Felipe. Tanto più per il fatto che parlasse di sua figlia. Ma l’uomo, senza neanche guardarla, continuò imperterrito. «Una volta si son avvicinati in quattro sai? Erano uomini più o meno della mia età. L’han caricata in macchina e portata in una campagna deserta. Hai idea di quanto sia umiliante per un padre?».
Briana ascoltò in silenzio, ignara del fatto che quanto aveva sentito fosse solo l’inizio.
«Quando lo facevamo a casa ero sempre delicato con lei. Era così dolce e innocente, proprio come te», aggiunse, sfiorando con un dito il volto di Briana. La ragazza si scostò per porre fine a quel contatto. «E mi ricordava così tanto sua madre… bella e armoniosa come lei», disse sorridendo.
Briana era disgustata: «Tu andavi a letto con tua figlia?». «Finché Alfredo non me l’ha portata via con l’inganno». «Inganno? Ma quale inganno! A lei facevi schifo, non te ne rendi conto? Se n’è andata per questo!», urlò, inferocita, Briana. «No! Lui me l’ha portata via! Altrimenti, lei si sarebbe abituata a me col tempo! Ma ormai l’aveva plagiata, non potevo agire diversamente». «Che vuoi dire?». «Quella sera, dopo che quei quattro se ne son andati, mi sono avvicinato a lei per riprenderla con me. Ma non ha voluto. Mi ha sputato in faccia ed è corsa via. Alfredo l’aveva corrotta, non potevo più salvarla. Così…». Briana rabbrividì, intuendo il seguito. Il pianto di Felipe si fece intenso, singhiozzante. «Ho dovuto farlo, non è stata colpa mia. Non era più la mia bambina. Era diventata un mostro, ormai».
“L’ha uccisa”, pensò Briana con orrore. “Ecco cosa intendeva Gratiela. Ha cercato di avvertirmi di stare attenta a lui”.
Felipe si sforzò di darsi un contegno e, mentre all’orizzonte si stagliavano le luci dell’aeroporto e delle piste di atterraggio, riprese a parlare. «Ma ora è tutto passato». Si voltò verso Briana e continuò: «Tra poco saremo in volo verso Bucarest e potremo iniziare la nostra nuova vita insieme, mia dolce Gwenda. Finalmente ti ho ritrovata».
L’aeroporto era sempre più vicino. Nell’auto regnava un silenzio totale. Un turbine di pensieri ed emozioni aveva investito Briana dopo le ultime rivelazioni. Felipe era chiaramente pazzo, e lei doveva liberarsene prima di salire sull’aereo. “Ma come?”.
L’uomo, dal canto suo, sembrava concentrato sulla guida ma, ad un certo punto, la ragazza avvertì una mano posarsi sul suo ginocchio sinistro e risalire lentamente lungo la gamba, spostandosi poi sull’interno coscia. Briana serrò le gambe, cercando di impedire ulteriori movimenti da parte del suo aguzzino. Il suo tentativo, però, risulto vano. Felipe era molto più forte, e riuscì facilmente a proseguire nel suo intento.
«Prima di imbarcarci dovrai cambiarti. Ho alcuni abiti più consoni nel cofano. Questo darebbe nell’occhio». In effetti, Briana indossava un vestitino rosso corto, scollato e attillato, che lasciava ben poco all’immaginazione e rischiava di attirare troppo l’attenzione su qualcuno intento a partire con un documento falso. La ragazza, intanto, continuava a pensare a un piano d’azione. Era ben conscia di non poter affrontare direttamente Felipe. Era più forte di lei e completamente fuori di testa, avrebbe potuto solo giocare d’astuzia.
Si riscosse dai suoi pensieri solamente quando avvertì la mano dell’uomo farsi ancor più audace, tanto da raggiungere la sua intimità. Nonostante la situazione di pericolo, i pensieri razionali della ragazza si offuscarono per un attimo durante quel contatto, e il suo stato d’animo venne celato dalle palpebre, richiusesi sui suoi occhi per qualche secondo.
Il tocco di Felipe era deciso e delicato allo stesso tempo, e Briana non tardò a scoprirsi coinvolta da quelle attenzioni. Tenendo il capo riverso sul poggiatesta e gli occhi chiusi, si godette inaspettati brividi lungo la schiena, e manovre sempre più audaci alle quali il suo corpo si rifiutava di sottrarsi.
Nel frattempo, erano ormai giunti in prossimità del parcheggio dell’aeroporto, ma Felipe non vi entrò. Accostò l’auto nella campagna circostante il muro di recinzione, in un posto nascosto da alberi e cespugli e, complice l’oscurità, virtualmente invisibile dalla strada.
Briana avvertì che si erano fermati. Felipe spense il motore e le luci dell’auto, dopodiché tornò a concentrarsi sulla ragazza. In quel momento, lei aprì gli occhi. Vedersi così esposta ed offerta la fece quasi sentire in colpa per aver ceduto a quelle avance, seppure solo per pochi secondi. Il suo corpo le era sembrato sfuggire al suo controllo, bramare un contatto al quale la sua mente si opponeva strenuamente, senza però trovare nei suoi muscoli un alleato collaborativo. La sua reazione la spaventava e repelleva al tempo stesso. Sapeva che un giorno avrebbe dovuto fare i conti col suo inconscio, col motivo che l’aveva portata a vivere con colpevole trasporto quell’atto di forzosa seduzione. Ma ora, guardando il folle seduto alla sua sinistra, si rese conto di quanto quell’attimo di debolezza fosse ormai solo un lontano ricordo. Scrutare quegli occhi di ghiaccio la riportò bruscamente alla realtà, facendole riacquistare il totale controllo delle sue azioni e la speranza di scovare in tempo utile un’uscita da quello squallido e tetro tunnel degli orrori.
Felipe, dal canto suo, gratificato dall’atteggiamento remissivo di Briana, che reputava ormai sotto il suo totale controllo, pensò di passare allo stadio successivo, sfilandosi i pantaloni e facendo lo stesso col succinto abito indossato dalla ragazza.
Lei stette al gioco, ricacciando dentro di sé la repulsione che la stava assalendo a sentire le mani e la bocca dell’uomo esplorarla con passione.
Finse di gradire quel contatto. E non si sottrasse neppure quando Felipe prese completamente possesso del suo corpo, reclinando appena il sedile del lato passeggero e portandosi su di lei.
Diede fondo a tutto il suo autocontrollo per fingere piacere. Sebbene l’abilità di Felipe fosse indiscutibile, a livello cosciente lui la repelleva e la intimoriva. Il solo pensare che stesse in quel modo approfittando di lei le dava la nausea. Fu la considerazione che fosse la sua unica occasione di scamparla a darle la forza di subire quell’onta senza ribellarsi. Felipe era un mostro che andava fermato, e l’unico modo per farlo sarebbe stato quello di minare la sua lucidità. Portarlo ad avere i suoi sensi annebbiati dal piacere era l’unica possibilità venuta in mente alla sua vittima.
Quando avvertì il ritmo di quell’amplesso farsi frenetico, quando vide lo sguardo dell’uomo quasi assente, la sua mente concentrata solo sul piacere fisico, si decide ad un gesto inconsulto ed improvviso. Allungò il più possibile la mano sinistra, riuscendo ad estrarre la chiave dalla serratura del motorino d’avviamento e la conficcò, con tutta la forza che aveva in corpo, nel lato destro del collo di Felipe.
L’uomo non si rese conto di quanto accaduto. Si irrigidì e sgranò gli occhi per l’acuto dolore provato, senza però interrompere il suo atto d’amore malato. Continuò per qualche secondo a muoversi convulsamente e, quando si accorse di avere la giugulare recisa e di star perdendo sangue a un ritmo insostenibile, l’ossigeno aveva già smesso di affluirgli al cervello, rendendo impossibile qualsiasi reazione. Un attimo più tardi, il corpo di Felipe, dopo aver perso una quantità letale di sangue, si accasciò senza vita sulla esile figura di Briana, schiacciata contro il sedile.
“Oh mio dio, ho ucciso un uomo!”. Il terrore nel realizzare quanto avvenuto la paralizzò. Solo dopo alcuni minuti, quando iniziava a mancarle il respiro per il peso esercitato dalla salma, Briana uscì dallo stato di trance nel quale versava. A fatica, riuscì a sgusciare fuori dalla vettura. Con la chiave sporca di sangue, aprì il cofano dell’auto e si cambiò lì, in piedi in quella piccola campagna circostante l’aeroporto. Col vestito si ripulì il viso e le mani sporche del sangue sgorgato a fiotti dal collo di Felipe e poi infilò il top giallo, la gonnellina di jeans e le scarpe da ginnastica che trovò ben riposte in una busta.
Pregando che il corpo dell’uomo non venisse ritrovato prima della sua partenza, e attraversando con il cuore in gola il check-in nel timore che il suo passaporto venisse riconosciuto come falso, la ragazza riuscì a tirare un sospiro di sollievo solo quando avvertì l’aereo iniziare a muoversi sulla pista e decollare.
Sola e libera a bordo del volo che la riportava verso Bucarest e con il sole che, timidamente, iniziava a far capolino di fronte all’aereo, Briana non poté fare a meno di ripensare all’incredibile catena di eventi delle ultime dodici ore. Aveva detestato Gratiela e lei le aveva salvato la vita sacrificando la sua. La ripugnava Felipe, ma era addirittura riuscito a farle provare piacere, seppure per pochi istanti. Aveva vissuto in poche ore le emozioni più forti e contrastanti possibile. Avrebbe dovuto odiarsi per aver ceduto alle attenzioni di un folle omicida. Avrebbe dovuto provare orrore verso sé stessa per il cinismo dimostrato nel cruento assassinio di Felipe. Eppure era felice. Felice di essersi salvata la vita e di avere una seconda opportunità.
Sorrise al pensiero di Alfredo che la cercava in lungo e in largo per Botosani e benedisse sé stessa per non aver mai precisato ad alcuno che, nonostante fosse nata lì e la sua residenza non fosse mai stata cambiata, in concreto era cresciuta a Mioveni, dalla parte opposta del Paese. Poco prima di essere assunta al call center, appena compiuti i diciotto anni, diede fondo ai suoi risparmi per affittare un appartamento nella sua città d’origine e cercare lavoro lì. Il padrone di casa non le aveva mai chiesto da dove venisse e lei, sempre schiva, non aveva ancora legato con alcuno dei suoi colleghi. Neppure ad Alfredo aveva mai accennato nulla, troppo presa dalle attenzioni dell’uomo e travolta dalla passione per articolare discorsi estranei alla loro vita di coppia. Ora, quel dettaglio sarebbe stata la sua salvezza: Alfredo conosceva solo la sua vita a Botosani e nessuno, in quella città, era a conoscenza delle sue vere origini e avrebbe, quindi, potuto dargli indicazioni su dove trovarla. Sarebbe semplicemente scomparsa. E avrebbe ripreso la sua vita da dove l’aveva lasciata appena pochi mesi prima. Forse, un giorno avrebbe dovuto fare i conti col suo lato oscuro. Ma si ripeté che non era quello il momento. Si addormentò serena e stremata, mentre l’aereo sorvolava a gran velocità le acque dell’Adriatico.

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